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Palazzi & potere
Stefano Bonaccini potrebbe far uscire il Pd dall'isolamento

Non conosco di persona il presidente della Regione Emilia Romagna, il pd Stefano Bonaccini, quello che nelle ultime elezioni regionali per il suo secondo mandato ha battuto la resistibile candidata di Matteo Salvini, determinando un indebolimento della leadership politica nazionale del capo della Lega che, fino a quel momento, era stata confermata e ingigantita dai dati elettorali e dal gradimento dell'opinione pubblica. Bonaccini, lo conobbi, a sua insaputa (e pubblicai, allora, anche una breve nota in proposito su ItaliaOggi). Lo incontrai infatti per caso, a notte fonda, nel Modenese, in un autogrill sull'Austostrada del Sole, un anno dopo che era stato eletto presidente dell'Emilia Romagna, una delle più importanti regioni italiane, da tempo roccaforte della sinistra e, nel primo Dopoguerra, vera e propria culla del Pci di stretta osservanza sovietica.

Entrambi, scrive Pierluigi Magnaschi su Italia Oggi, eravamo soli ed entrambi ci eravamo fermati per bere un caffè. Quello che allora mi sorprese, anche perché conosco i politici e i loro costumi da troppo tempo, è che Bonaccini guidasse una vettura poco più che utilitaria e non avesse nessun autista al suo servizio. Era un semplice cittadino. Come amano dipingersi tutti i politici, anche quelli che cittadini semplici non lo sono.

Bonaccini, quella notte, era diverso da come si dipinse, ad esempio, l'attuale presidente della Camera, il pentastellato Roberto Fico, quando, dopo essere stato eletto, si presentò, preveniente dalla sua abitazione di Napoli, alla Stazione Termini di Roma, senza nessuno al seguito, né alcuna vettura in attesa, con l'autista pubblico scattante alla sua vista. Anzi, Fico, una volta giunto a Roma, non prese nemmeno un taxi. Si avviò, invece, senza esitare ma anche solo soletto (come si diceva un tempo ma che serve anche adesso per rendere l'idea di quella trasferta sul piazzale della Stazione Termini).

Fico faceva così perché era l'esponente del partito dove, a parole, vigeva la regola dell'uno uguale a uno. Il presidente della Camera quindi salì sul bus e si sedette docilmente, in attesa della partenza. Il caso volle (guarda tu il caso) che, proprio su quell'autobus, ci fosse anche un bravo fotografo che, sempre per caso, lo ritrasse per consentire, pochi minuti dopo, alla potentissima agenzia di stampa (alla quale, sempre per caso, il noto fotografo collaborava) di diffondere immediatamente a tutti i media dell'intera penisola la foto del potentissimo ma anche povero cireneo che stava risvoltando, con il suo esemplare impegno, la pratica e la narrazione che fino a quel momento era stata a fatta dai potenti in Italia.

Il giorno dopo però Fico era già seduto nell'auto di ordinanza e fu colto da una troupe tv con addirittura un seguito imponente di poliziotti motociclisti che, in quelle dimensioni, non servono niente ma che consentono, alla gente che vede transitare il convoglio, di capire subito che il trasportato non è una persona comune. Anzi.

Ecco, Bonaccini è diverso. Anche quando sa di non essere seguito dai fotografi delle agenzie per documentarne la sua personale frugalità. So bene, come mi disse più volte Indro Montanelli, che dei politici non si deve mai parlare bene, se non vuoi poi essere certo di dovertene pentire. Ma io non voglio parlare bene di Bonaccini. Voglio solo scrutarlo, per conto dei miei lettori che fortunatamente hanno altro da fare, per cercare di capirne le doti, i difetti, le propensioni, il curriculum e le prospettive. E questo perché Bonaccini, oggi, è un uomo politico cruciale e, nello stesso tempo, diverso da troppi altri.

La stirpe di Bonaccini è quella, rocciosa, dei comunisti emiliani che, con il passare del tempo, sono però diventati sempre più asintomatici (rispetto al comunismo di cui furono a lungo convinti adepti e scatenati trombettieri) ma che, nonostante i vari risciacqui, mantengono spesso una buona dose del Dna del passato anche perché, chi conta, si è formato alla scuola delle Frattocchie, ben prima che crollasse il Muro di Berlino che è venuto giù il 9 novembre del 1989, 31 anni fa. Certo, essi non vanno più in pellegrinaggio ogni anno alla gemellata (!) città di Erfurt, nella Germania comunista, come ci andava un presidente della Regione Emilia che è ancora sugli spalti della politica nazionale, per celebrare l'oggettiva superiorità della cosiddetta Repubblica democratica tedesca, cioè della Germania comunista dell'Est, dove un intero popolo rimaneva soggiogato e segregato. Ricordate il film Le vite degli altri? Già allora lo sapevano tutti che la Rdt era una prigione per i suoi cittadini. Salvo loro. Ma, a dire il vero, credo che nemmeno loro credessero che l'Rdt fosse il Paradiso che descrivevano.

Per vedere come non sono completamente cambiati, quelli che hanno contato sin d'ora nel Pd emiliano, basta, ad esempio, dire loro la parola chiave: pubblicizzazioni. E subito, senza nemmeno entrare nel merito di che cosa si vuol pubblicizzare (o non privatizzare), essi dicono subito: “Sì”, per partito preso. È un automatismo indelebile, fra i tanti che si possono ricordare. Scattano a favore delle soluzione pubblicistiche di sempre, come la gamba del paziente quando l'ortopedico picchia con un martellino sulla rotula per verificarne la funzionalità.

E che dire che la patetica paura di non voler «avere nemici a sinistra»? Per cui se il Pd, seguendo la inevitabile via riformista, intraprende un percorso che lo rende adatto a rispondere alle esigenze moderne di un paese che è cambiato, basta avere un partito alle sua sinistra (vedi Leu al 3%) per farlo paralizzare in attesa di eliminare quello che ritiene sia stata una'anomalia, riducendo il suo passo riformistico. Ma si distaccano a sinistra del Pd quelli che non riescono a tenerne il passo. Non a caso ottengono risibili percentuali pur schierando dei nomi supermassimi. Ma se si rallenta il passo per non perderli di vista, si fa il gioco delle retrovie con le quali non si vince nessuna battaglia.

Da questo punto di vista, Bonaccini, pur essendo e restando un uomo di sinistra, è un politico che non si lascia imbrigliare dalle parole d'ordine, ne è un prigioniero del passato. Sul piano interno mette in discussione anche la politica del segretario di partito, Nicola Zingaretti, che molti pd criticano alle spalle e pochissimi in pubblico. Sul piano delle relazioni con gli altri partiti vanno segnalati gli ottimi, anche se dialettici, rapporti con il governatore del Veneto, Luca Zaia, che essendo leghista, è diabolico a prescindere, per la sinistra. I rapporti con Zaia sono tesi a trovare, insieme, soluzioni valide per i loro cittadini come ad esempio le nuove attribuzioni alle Regioni. Per capire Bonaccini, anche su questo terreno, basti dire che egli è l'unico uomo politico della maggioranza a dire che i maggiori poteri da attribuire alle Regioni debbono essere accompagnati dal ridisegno dei loro confini, visto che oggi ci sono delle regioni che hanno la popolazione pari a quella di un solo quartiere di Roma. Una constatazione di questo tipo è ovvia ma non si può dire, oggi, nel Pd.

Certo, anche Bonaccini, pur con tutta la sua esperienza e determinazione, può fare poco per smuovere il corpaccione del Pd (un tempo ideologico ed oggi prevalentemente burocratico). Un corpaccione inestricabile, imbrigliato com'è dalla ragnatela degli interessi che lo alimentano da troppo tempo . Ma Bonaccini, assieme al sindaco di Milano Beppe Sala (tanto per fare un altro nome) e ai molti sindaci Pd che sentono l'inevitabilità di un nuovo corso, può fare molto. Questa nuova generazione, che pure c'è, attende solo un innesco per manifestarsi. Un innesco che sia in grado di federare le molte forze riformiste che ci sono nel paese anche se esse hanno perso fiducia nella politica degli schieramenti, dei proclami a tasso zero e degli schieramenti. Tutti sono in attesa di un big bang di cui Bonaccini potrebbe essere uno dei protagonisti.

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