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Politica
Reddito minimo, la Cei boccia Grillo: "Non serve"
Sul sito del Parlamento c'è anche la situazione patrimoniale di Beppe Grillo, che non è deputato nè senatore, ma che è incluso nella lista dei tesorieri e dirigenti di partito. Il leader del M5S ha dichiarato un reddito imponibile di 147.531 euro. Nella dichiarazione di Grillo, così come in quella dell'anno precedente, compaiono la villa di Marina di Bibbona con box e terreno pertinenziale; un appartamento a Rimini con box; un box a Valtournenche (in Val d'Aosta); un appartamento a Megeve, in Francia, con due posti auto; e uno anche Lugano con posto auto e cantina. Grillo dichiara poi una Mercedes classe A del 2002 e un Suzuki Burgman del 2001. Sul fronte delle partecipazioni nelle società, il leader M5S dice di avere 10 azioni della Banca Popolare Etica; una quota del 98% della Bellavista, società di Genova; e un'altra quota (del 99%) della Gestimar S.r.l, società a responsabilità limitata sempre di Genova

La Cei non approva la proposta di reddito minimo. A ufficializzare la posizione della Conferenza Episcopale è mons.Giancarlo Bregantini, audito per la Cei in Parlamento. "Accompagnare: la parola che il Papa ha detto a noi vescovi, la diciamo alla società", ha dichiarato Bregantini, che ha parlato di accompagnare alla formazione, ad un lavoro, evitando "progetti di assistenzialismo". Il reddito minimo "ma anche la cassa integrazione non deve essere mai finalizzata a fare niente".

 "Bisogna fare in modo - spiega mons. Bregantini  - che ci siano iniziative di sostegno per chi perde il lavoro, ma sempre finalizzate ad accompagnare, in modo che non si precipiti nel buco nero della povertà". Nell'audizione alla Commissione Lavoro del Senato, Bregantini ha sottolineato che "tutti gli interventi dello Stato debbono essere fatti per facilitare il servizio ai luoghi di maturazione e di crescita della società". E quindi il reddito di cittadinanza, di cui si discute in Parlamento, deve prevedere, "ulteriore formazione o anche servizi".

Il vescovo di Campobasso, che per anni si è occupato nella Cei di problemi del lavoro, ha spiegato: "Per esempio, ci può essere un momento in cui una scuola ha bisogno di essere dipinta oppure può servire in una comunità chi pulisce le aiuole, o le strade. E allora tutti gli interventi pubblici, compresa la cassa integrazione, non debbono mai essere finalizzate a fare niente". Si deve guardare al "benessere dell'individuo" ma anche a quello della società che può essere sostenuta con "le qualità" di chi, in assenza momentanea di un suo lavoro, fa qualcosa per il bene della società.

 Una ricetta che potrebbe funzionare anche contro la piaga della disoccupazione giovanile. Non servono per loro "progetti di assistenzialismo" ma piuttosto "il punto nodale sta nell'aiutarli ad elaborare e attuare un loro progetto di autopromozione che valorizzi anche le loro capacità". E per "facilitare ciò occorrerebbero aiuti bancari, così i giovani potrebbero mettere in atto i loro sogni".

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