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Referendum, bruciati a Roma i cartelli con Meloni, Nordio e Trump: tre identificati. Il ministro: “Ci hanno chiamato banditi”

Due manifestanti arrivavano da Padova e uno da Milano. Denuncia in arrivo, mentre Nordio lega il clima della campagna alle minacce contro il governo

Referendum, bruciati a Roma i cartelli con Meloni, Nordio e Trump: tre identificati. Il ministro: “Ci hanno chiamato banditi”

Indagini ancora aperte, intano Nordio avverte: “Se vincesse il No le riforme si fermerebbero”

Sono stati identificati i primi tre manifestanti che hanno dato alle fiamme i cartelli con le immagini della premier Giorgia Meloni, del ministro della Giustizia Carlo Nordio e del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, nel corso del corteo di ieri a Roma per il No al referendum. Due di loro provenivano da Padova e uno da Milano.

Ad identificarli la Digos di Roma insieme ad altre Digos d’Italia. Per i tre scatterà la denuncia all’autorità giudiziaria, mentre proseguono gli approfondimenti investigativi.

Sul clima delle ultime settimane è intervenuto lo stesso Nordio, in un’intervista a Il Giornale, dopo il corteo di sabato scorso a Roma, dove è stata bruciata in piazza la foto sua e della premier Giorgia Meloni. “E’ stata una consolazione ricevere subito la solidarietà del presidente Grosso e dell’Anm. Resta il fatto che la campagna contro di noi è stata, verbalmente, di una violenza inaudita”, ha detto il ministro.

Nordio ha aggiunto: “Ci hanno definiti “fascisti, piduisti, e da ultimo banditi. E purtroppo è noto che dai cattivi maestri talvolta escono allievi violenti. Per questo ho evocato qualche settimana fa i tempi delle Br. Io le ho indagate, e conosco il fenomeno, che la sinistra di allora aveva sottovalutato. Queste minacce rafforzano la nostra determinazione”.

Nel merito della riforma della giustizia, il Guardasigilli ha sostenuto che: “La magistratura oggi è indipendente dalla politica, e ovviamente lo resterà sempre. Ma è dipendente da sé stessa, cioè dai suoi intrecci correntizi, che impediscono l’emergere di tante energie compresse e di capacità ignorate”.

Poi il passaggio sulle carriere interne: “I magistrati che hanno fatto carriera, cioè che ricoprono incarichi direttivi, sono sicuramente degni di svolgere quel ruolo. Ma ci sono altrettanti colleghi, talvolta anche migliori, che non hanno alcuna possibilità di concorrere, perché non hanno agganci correntizi. Ed infatti, se andiamo a vedere, la stragrande maggioranza dei capi degli uffici, per quanto, ripeto, degnissimi, sono tutti iscritti ai partitini interni”.

Se vincesse il No, secondo Nordio: “Le riforme sulla giustizia si fermerebbero, e resteremmo per altri lunghi anni in questa situazione che ci colloca ai margini dell’Europa e di tutte le democrazie occidentali”. Il ministro ha spiegato di non temere il partito dei pm, ma di temere “il crollo di credibilità della magistratura cui ho appartenuto a lungo e di cui ancora mi sento di far parte”.

Dopo l’eventuale vittoria del Sì, secondo Nordio, ci sarà “Collaborazione. La nostra reazione sarà quella di dimostrare agli avversari che i loro timori erano infondati: la magistratura sarà ancora più tutelata, e sarà invitata a contribuire alle leggi di attuazione”.

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