Con il programma di domenica 22 e lunedì 23 marzo salgono a cinque i referendum costituzionali celebrati in Italia. Si tratta di passaggi decisivi nella storia repubblicana, attraverso cui i cittadini sono stati chiamati a confermare o respingere modifiche alla Costituzione approvate dal Parlamento.
Il primo referendum costituzionale si svolse il 7 ottobre 2001 e riguardò la riforma del Titolo V, promossa dal centrosinistra per ampliare le competenze delle Regioni. Il Sì prevalse con il 64,21% dei voti contro il 35,79% dei No, ma l’affluenza fu relativamente bassa: alle urne si recò il 34,05% degli aventi diritto, pari a poco meno di 17 milioni di cittadini. Si tratta dell’unico intervento organico sul regionalismo approvato direttamente dal corpo elettorale.
Cinque anni dopo, nel giugno 2006, gli italiani tornarono alle urne per esprimersi sulla riforma voluta dal centrodestra, che puntava a modificare la forma di governo, introdurre un Senato federale e attribuire alle Regioni competenze esclusive in materie come sanità, scuola e polizia locale. In quel caso il No vinse nettamente, con il 61,29% dei voti contro il 38,71% dei Sì, a fronte di un’affluenza del 53,8%.
Il 4 dicembre 2016 si tenne il referendum sulla riforma costituzionale nota come “Renzi-Boschi”, che prevedeva il superamento del bicameralismo paritario, la revisione del Titolo V e la soppressione del Cnel. La partecipazione fu particolarmente elevata, con il 65,48% degli aventi diritto alle urne. Anche in questo caso prevalse il No, con il 59,12% dei voti contro il 40,88% favorevole alla riforma.
Nel 2020 gli italiani furono invece chiamati a confermare il taglio del numero dei parlamentari. La riforma, sostenuta da un’ampia maggioranza parlamentare, ottenne un consenso trasversale: il Sì si impose con il 69,9% dei voti, mentre i No si fermarono al 30%. L’affluenza si attestò al 53,8%. La revisione ha ridotto i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200.
Il prossimo 22 e 23 marzo 2026 si terrà quindi la quinta consultazione costituzionale della storia repubblicana. Al centro del voto, la riforma della giustizia, che introduce la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la creazione di due distinti Consigli superiori della magistratura e l’istituzione di una Corte disciplinare autonoma. Saranno ancora una volta i cittadini a decidere se confermare o respingere le modifiche alla Costituzione.

