“Diciamola bene: nella proposta di legge originaria, presentata dall’Unione Camere penali, era previsto anche il superamento dell’obbligatorietà dell’azione penale. Ora, considerato che, nel disegno di legge costituzionale presentato dal governo, il superamento dell’obbligatorietà non c’è, mi dite com’è possibile che la riforma determini la subordinazione del pm all’Esecutivo?”. Se lo chiede, in un’intervista a Il Dubbio, il viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto.
“Pur di mettere in cattiva luce la modifica costituzionale – spiega -, in molti hanno mandato la professionalità al macero. Si sono rifugiati nella fallacia dello spaventapasseri: prima deformano il pensiero dell’avversario e poi lo contestano. Tutto da soli”. Sisto, che sul tema è stato intervistato oggi anche da Il Riformista, parla di “gioco scorretto” quando si sostiene la tesi del pm sotto l’Esecutivo: “è il gioco del lupo cattivo: se voti la riforma arriva il lupo, cioè il fascismo il trumpismo, l’apocalisse. Tutto pur di evitare che i cittadini comprendessero i contenuti della riforma”. Ma “questa riforma – assicura – è nel loro interesse. Altro che scudo per i politici”. Per questo, a chi vota No, chiede: “vi piace il pm parente del giudice? Vi piace che le nomine siano determinate dall’appartenenza correntizia anziché dal puro merito?”. E alla radicale ostilità dell’Anm e di una parte della politica replica: “Ho l’impressione che alla radice di tutto vi sia la lesa maestà: c’è un rifiuto dell’idea stessa che la politica possa permettersi di riformare la magistratura. Di certo Anm e partiti d’opposizione hanno marciato divisi ma hanno colpito uniti con una certa efficacia, anche se con armi scorrette. Con una comune falsità ideologica e materiale: gli uni in nome di un corporativismo di retroguardia e gli altri in una logica antigovernativa”.
In un altro passaggio dell’intervista, Sisto prova ad immaginare i rapporti fra politica e magistratura dopo il referendum: oggi – premette – “assistiamo a una mobilitazione politica dell’Anm, della magistratura correntizzata, di talune Procure. Non possiamo dire quali macerie ci troveremo davanti, dopo il voto. Le avremmo scongiurate se l’associazionismo giudiziario avesse ascoltato il richiamo, reiterato, del Presidente della Repubblica ai profili valoriali dell’essere magistrato. C’è da chiedersi cosa sarebbe accaduto se l’Anm avesse evitato di costituire un comitato”.
Ricordando che la separazione delle carriere “parte da lontano” – da Mario Pagano, da Matteotti, Calamandrei, Terracini, Bissolati, Moro, Falcone e poi Barbera, Cassese, Baldassarre – il viceministro conclude che quella che va al voto “non è una riforma politica, nè partitica: rientra in una visione liberale della democrazia. E consegniamo agli italiani l’opportunità di avere un pm non più amico del giudice, un Csm non più controllato dalle correnti, un magistrato che fa carriera per quello che è e non per la corrente a cui appartiene, un’Alta Corte che responsabilizza maggiormente il magistrato. Chi vota Sì decide di porre fine a queste storture”.

