Referendum, la vittoria che divide: il paradosso di un campo largo che si spacca sulla leadership. L’analisi
Con un tempismo perfetto e forse anche un po’ sospetto, pochi minuti dopo che il risultato del referendum appariva ormai scontato e il distacco non più colmabile, sono comparsi in video, quasi in contemporanea a due dei leader del campo largo, e per una volta in totale accordo su un importante aspetto che riguarda il futuro della coalizione. Uno dei primi a farlo è il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, che dice: “Per me si devono fare le primarie, spero si facciano presto”. E aggiunge: “È legittimo che ci siano nel centrosinistra posizioni diverse e che si confrontino sulle primarie, come andrà a finire non lo so, io spero con le primarie il primo possibile”.
Ma la vera novità di oggi è che anche Giuseppe Conte, parlando in conferenza stampa, ha sdoganato l’idea delle “primarie aperte” descritte “come un’occasione per i cittadini dopo aver contribuito al programma”. Non è una novità la questione della sfida tra Conte e la Schlein – ma non è esclusa la sorpresa dell’ultima ora, che potrebbe anche non vestire i panni di Silvia Salis, secondo alcuni rumours del Palazzo. Il risultato clamoroso di Napoli certamente rappresenta più di un indizio, ma anche le quotazioni del sindaco di Roma sembrano in rialzo. Il fatto che subito dopo il voto sia Conte che Renzi abbiano rilanciato la proposta è un sintomo che la vittoria, invece di unire il campo largo, rischia paradossalmente di fare emergere le divisioni, a iniziare proprio da chi dovrebbe guidarlo.
Ed è anche per questo motivo che sia la segretaria del Pd sia il leader dei Cinque Stelle, si sono ben guardati dal chiedere le elezioni anticipate. I numeri del referendum, sempre secondo i bene informati, avrebbero sorpreso più il centrosinistra che il centrodestra, ma per paradosso questo trionfo rischia di essere, come visto a caldo ieri pomeriggio, più controproducente all’unità della coalizione che alla tenuta della stessa, sulla quale continuano ad esserci grandi incognite.
“Conte non si è speso molto sul referendum perché temeva una vittoria del sì, ma anche la Schlein si è mossa solo all’ultimo e lo ha fatto più come reazione all’ingresso in campo della Meloni. La responsabilità cresce e la verità è che quasi nessuno nel centrosinistra pensa che Elly Schlein sia pronta a sfidare Giorgia Meloni”, dice un vecchio senatore del Pd.
Ecco allora che qualcuno a Palazzo Chigi starebbe allora pensando ad un colpo di mano proprio per approfittare della confusione che ancora regna a sinistra. Ma le parole a caldo dette dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari, da sempre uno dei più ascoltati consiglieri della premier, sembrano negare questa ipotesi (esclusa anche dalle alte sfere del partito): “Noi siamo molto sereni perché il nostro orizzonte non sono le prossime elezioni politiche, che ci interessano il giusto, ma rispettare gli impegni presi in questa legislatura. Non faremo delle scelte volte a massimizzare il consenso di qui alle politiche; l’azione sarà quella di chiudere la legislatura con il grande merito di dire “abbiamo rispettato gli impegni e poi gli italiani giudicheranno. C’è ancora più determinazione a completare il programma“.
Ecco allora che, malgrado la botta, il centrodestra rimane comunque compatto e unito intorno alla sua leader, mentre nel campo avverso si cerca ancora un accordo che non può non partire dalla scelta di chi debba guidare o meno la coalizione. L’accelerazione di Conte, che si è detto disposto a primarie aperte a tutti i cittadini e non solo agli apparati, è dettata da sondaggi che lo danno in gran vantaggio rispetto alla rivale. Ed è per questo che, sempre secondo i bene informati, il passo avanti repentino di Conte è stato accolto con un certo malcelato fastidio. Igor Taruffi, che per la segretaria del Pd è ormai quello che Fazzolari è per la premier, ha risposto a stretto giro di volersi godere la vittoria e ha risolto il tutto con un enigmatico “ne discuteremo”.
La verità che trapela dal Nazareno è che la proposta di Conte di fare primarie aperte a tutti, e non solo ai partiti come di consueto, viene considerata un colpo basso, soprattutto dopo una grande vittoria come quella del referendum. La realtà è che il campo largo continua a rimanere un cantiere aperto, dove i punti di contatto sostanzialmente si riducono a una forte contrapposizione al governo Meloni e pochi altri, mentre i distinguo iniziano già dalla scelta di una leadership riconosciuta e autorevole.
Conte, come detto, parte coi favori del pronostico, soprattutto alla luce di questa schiacciante vittoria al referendum. L’ex presidente del Consiglio può contare non solo sull’appoggio dei suoi e di buona parte di Avs, ma anche su quello di Landini e della Cgil (sembra esclusa l’opzione che lui stesso possa candidarsi) e di una buona parte dei riformisti del Pd, con Renzi che, in mancanza di alternative, alla fine potrebbe voler fare l’ennesimo sgambetto ad un segretario del suo ex partito.
Il voto referendario con la grande vittoria dei No, alla fine non può che favorirlo nella corsa alla leadership, nel senso che, come sussurra maliziosamente un senatore di Azione: “Questa vittoria schiacciante dei No, non farà altro che rafforzare il partito dei giudici che notoriamente sono dalla parte di Giuseppe Conte e del suo guru Marco Travaglio; si sa quanto la magistratura abbia avuto peso nel centrosinistra in questi ultimi vent’anni”. Insomma parafrasando il grande Mao: “Grande è la confusione sotto il cielo del campo largo”. Se poi la situazione possa definirsi anche eccellente, malgrado la vittoria, è tutto da dimostrare.

