Referendum giustizia, Francesca Pascale ad Affaritaliani spiega le ragioni del “si”: “Clima pericoloso che ricorda gli anni ’70. Dalla sinistra un sistema di doppia morale per abbattere Giorgia Meloni”
Dieci giorni: tutto è ancora possibile, nulla è già scritto. Il futuro della giustizia si gioca il 22 e il 23 marzo, e nel conto alla rovescia si strattonano voci e fronti contrapposti, ciascuna forte delle sue ragioni, in un confronto che è stato fin dall’inizio politicizzato e che non accenna a smettere di esserlo. “A malincuore”, sottolinea Francesca Pascale ad Affaritaliani. Già, perché – spiega – “la giustizia dovrebbe restare una cosa sacra, senza bandiera politica, mentre negli anni è diventata terreno di scontro tra opposti schieramenti: ieri con Silvio Berlusconi, oggi con Giorgia Meloni. Prima si doveva abbattere il nemico politico, oggi devono abbattere un governo che non piace”.
“Io non faccio della giustizia il mio lavoro, ma mi sento minacciata da errori che possono essere commessi. Quando si sbaglia, nessuno paga mai davvero. Per questo serve una riforma”, dice Pascale, dichiaratamente a favore del sì. Nel mirino anche alcune prese di posizione nel dibattito pubblico, come quella, recente, del procuratore Nicola Gratteri, finito al centro delle polemiche dopo uno scontro con il quotidiano Il Foglio.
“Le sue parole sono state una minaccia alla libertà di stampa e a tutti coloro che vogliono votare ‘sì’ e si spendono per la campagna referendaria, ma che non si allineano alle posizioni di chi sostiene il ‘no’. È un clima pericoloso, che ricorda quello degli anni ’70. Io non ero nata, ma è un tema che nelle destre è stato sempre molto caldo”, prosegue Pascale.
“Io ascolto gli esempi di malagiustizia e cerco di capire le parole dei più tecnici. Il caso Luca Palamara grida vendetta. E le minacce di Nicola Gratteri sono minacce vere e proprie: domani mattina potremmo essere processati e finire in galera per qualcosa che non abbiamo mai fatto”, spiega.
I “renziani nostalgici”
Per l’attivista il referendum sta diventando anche un elemento di ricomposizione politica nel campo progressista: “Le sinistre si stanno unendo, o almeno provano a farlo, perché immaginano che possa tornare la stagione di Matteo Renzi. Certo ci sono le eccezioni, come alcuni del campo largo che si sono esposti a favore del sì dimostrando grande onestà intellettuale. Penso ad Anna Paola Concia, a Roberto Giachetti e a Stefano Esposito“. I temi oggi al centro del referendum, ricorda Pascale, in realtà non sono nuovi nel dibattito politico: “L’indipendenza della magistratura, il sorteggio e la separazione delle carriere erano riforme che in passato sostenevano anche settori della sinistra. Per questo oggi mi sorprende vedere una chiusura così netta”.
Quanto all’ipotesi di dimissioni di Giorgia Meloni in caso di vittoria del “no” – richieste, tra l’altro, da una ventina di attivisti di Potere al Popolo e dai collettivi studenteschi Cambiate Rotta e Osa Milano che ieri, in via Botta, sono scese in strada per protestare contro quella che hanno definito “l’ennesima passerella della Premier” – Pascale non ha dubbi: “Non c’è alternativa a Meloni. Chi mettiamo al Governo? Elly Schlein che imita Sanchez?”, si chiede. Un invito, quello alle dimissioni, lanciato mesi fa già dal leader di Italia Viva Matteo Renzi e rispedito al mittente dalla Presidente del Consiglio. Del resto, se il piano politico prevede potenziali contraccolpi, non esiste alcun vincolo costituzionale che obblighi alle dimissioni dopo la perdita di un referendum.
“Una richiesta senza fondamento. Questo referendum non ha nulla a che fare con quanto successe a Renzi. Seguendo questo principio, allora dovrebbero dimettersi tutti i magistrati e tutti coloro che si sono spesi per il sì. Dalla sinistra trovano sempre scuse valide per fare opposizione al governo, ma mai un principio di programma”, afferma Pascale, che poi torna indietro di qualche anno, al “periodo più buio sul piano giudiziario“, quello del caso Ruby.
Berlusconi? Un uomo perseguitato dalla giustizia
“In primo grado furono inflitti sette anni di reclusione per delle cene definite a torto ‘eleganti’, ma che erano solo momenti di convivialità. Sono state usate come strumento per abbattere un nemico politico e creare una damnatio memoriae. Ho visto Silvio cacciato dal Senato e costretto a scontare i servizi sociali: quello che io percepivo era soprattutto un uomo vessato e perseguitato da una giustizia con scopi politici e ideologici”, racconta Pascale. “Ho sempre percepito una parte della magistratura come ideologica e di sinistra, non come un organismo super partes. Spesso magistrati e giudici si condizionano a vicenda, fanno carriera all’interno delle correnti. Oggi la sinistra più radicale antifascista si impegna per il no solo per abbattere Giorgia Meloni: un sistema di doppia morale che mi fa sentire oppressa“, spiega l’attivista.
Poi il plauso all’operato della Premier, che oltre al dibattito referendario si trova a dover gestire un periodo altamente complesso sotto il punto di vista geopolitico. “Io non ho votato per il partito di maggioranza di questo governo, ma devo dire che l’operato di Meloni mi sorprende in positivo. La situazione è molto delicata: c’è chi fa il tifo per farla decadere, ma dall’opposizione non arriva un vero programma alternativo, solo tentativi di ostacolarla”, conclude Pascale.

