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Renzi ha ragione, fermiamo l’uso politico della giustizia

Di Pietro Mancini

Oltre che alla paura dell’Isis, al timore della crisi finanziaria e all’isolamento del Sud, l’Italia, per dirla con Renzi, non deve rassegnarsi al ritorno dell’uso politico della giustizia, dopo 20 anni di scontri, tanto feroci quanto dannosi per il Paese, tra i tifosi della Boccassini e di Di Pietro e i fans di Silvio Berlusconi. Le toghe fiorentine hanno aperto un fascicolo a carico di ignoti, a seguito della presentazione di un esposto, per accertare se un generalone della Finanza, Mario Adinolfi, favorì, o meno, Matteo Renzi, tra il 2011 e il 2014, quando era a capo del Comando interregionale di Emilia e Toscana. Telefonate tra i 2 big e notizia dell’inchiesta sparate, in prima pagina, da “Il Fatto Quotidiano”, che al leader del Pd, corregionale di Dante Alighieri ma anche di Licione Gelli, non perdona nulla.

L’auspicio è che, tra 5 anni, non spunti un’affermazione del magistrato del capoluogo toscano sul premier, analoga a quella esternata, 20 anni fa, da Tonino Di Pietro su Silvio Berlusconi : “Io quello lo spezzo !”…. Solo 5 giorni fa, Sabino Cassese ha scritto, sul “Corriere della Sera”: “Troppe carrierone politiche di magistrati in toga e troppe le loro esternazioni, mentre il CSM sta a guardare…”. E Marco Travaglio, a cui il commento del professore non è piaciuto, ieri, ha fatto bussare a Rignano: “Presidente, c’è posta per lei. Non da donna Maria De Filippi, di cui lei è spesso ospite, ma dalla Procura di Firenze, che è interessata a indagare sulla natura-Criminale? Massonica? Amicale? – dei suoi rapporti con Adinolfi e sulle ragioni per cui molte denunce contro di lei, allora Sindaco, caddero nel vuoto…”. Karl Marx scrisse che la storia si ripete 2 volte, la prima volta come tragedia e la seconda come farsa…

Non una tragedia, ma una crisi del primo governo Berlusconi fu servita, su un piatto d’argento, il 21 novembre 1994, dalla Procura di Milano, notificato, sul “Corriere della Sera”, diretto da Paolo Mieli, al premier, a Napoli, dove stava presiedendo una conferenza dell’ONU sulla criminalità internazionale. L’accusa era di corruzione della Guardia di Finanza. 7 anni dopo, Silvio venne assolto ma, con quell’inchiesta, il percorso politico, che era stato deciso dagli elettori, venne deviato. Bossi lasciò la maggioranza, fu siglato il patto del ribaltone tra il capo della Lega, D’Alema e Buttiglione, benedetto da Scalfaro, che varò il governicchio Dini e negò le elezioni al centrodestra. La politica, oggi, non gode di una salute eccellente nè di grande autorevolezza. Ma è, certo, più forte di 22 anni, fa quando il Capo della Procura di Milano, Borrelli, piombò in TV per bocciare un decreto, predisposto dall’allora Guardasigilli, Conso, che escludeva il carcere per i politici e gli imprenditori, qualora avessero collaborato e restituito le tangenti. Era la prima volta che un magistrato attaccava, frontalmente, un provvedimento del governo, ma l’effetto fu proprio quello voluto da Borrelli. L’indomani, “coraggiosamente”, Scalfaro annunciò che non avrebbe firmato il decreto e Conso lo ritirò. Giuliano Amato, allora premier, commentò, amaro: “Il non decreto del non Conso !”. E adesso parte l’inchiesta delle toghe della città di Renzi, casualmente, of course, all’indomani del disco verde di Legnini, vicepresidente del CSM, all’introduzione di “regole più stringenti per i magistrati, che entrano in politica”. E, soprattutto, a nuove norme sulle intercettazioni: ascolti più filtrati e limiti alla pubblicazione. Questa linea, da Paese normale, non è, evidentemente, accettabile dai “giapponesi”, che intendono continuare a resistere, resistere, resistere ai politici. Oggi a Renzi, ad Alfano, a Verdini.

Ieri all’odiato Berlusconi che, dalla Procura di Milano, sulla vicenda Ruby ( assolto, in appello, con formula piena), ha subito, tra intercettazioni e analisi di tabulati telefonici, 77092 controlli. E circa 100 mila dalla Procura di Bari, nell’inchiesta Tarantini-escort. E l’allora primo cittadino di Firenze-dopo aver scherzato su alcune cravatte, non gradite-confidò ad Adinolfi una “sconvolgente” notizia, uno “sgub”: avrebbe sfrattato, serenamente, da Palazzo Chigi, Enrico Letta, che riteneva “incapace”… Noi pensiamo che il premier possa, e debba, essere criticato, per i provvedimenti, varati dal governo, e per la linea politica, impressa al PD. Ma che vada sostenuto quando prospetta l’opportunità di archiviare la ventennale sfida tra sostenitori e avversari, nei giornali, nelle Procure, nelle piazze e nei partiti, di Silvio Berlusconi, peraltro declinante, anche a causa di non pochi suoi errori.

Carlo Freccero, una delle “vittime” dello spietato berlusconismo-anche se è stato un alto dirigente di Mediaset, poi della Rai e adesso rappresenta il M5S nel CdA di viale Mazzini – ha notato che, tra gli otto anti-B. collocati, giovedì, in prima pagina, da “Il Fatto Quotidiano” non ci fosse neppure un politico. Evidentemente, la maggioranza del Paese, e quanti la rappresentano, in Parlamento, non intendono assistere, nè dar vita ad altri 20 anni di risse, senza realizzare nessuna riforma, in primis quella della giustizia. Costoro fanno, come Renzi, “discorsi da bar di Rignano”? Questi maîtres à penser, evidentemente, hanno dimenticato che le elezioni si vincono, anche convincendo gli avventori del bar di Rignano, e di altri piccoli paesi, e le casalinghe di Voghera. I loro voti contano, certo, non meno di quelli di numerosi e sussiegosi intellettuali, ancora non guariti da quello che un acuto sociologo, il prof.Luca Ricolfi, definì il “complesso dei migliori”.