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Politica
Un quarto dei senatori del Pd contro Renzi. Governo senza maggioranza

Che il governo Renzi fosse ormai debolissimo era chiaro a tutti. Ma ora l'esecutivo a guida Pd, di fatto, non ha più i numeri a Palazzo Madama, almeno su uno dei provvedimenti principali voluti dal leader democratico. Venticinque senatori della minoranza del Pd, infatti, hanno redatto un documento sulle riforme costituzionali, in cui rilanciano il Senato eletto direttamente dai cittadini anziché dai Consigli regionali, con un aumento delle sue competenze legislative. Il documento è stato presentato da Vannino Chiti, Maria Grazia Gatti e Miguel Gotor. Renzi e il ministro Boschi si sono sempre opposti al Senato elettivo. Che cosa accadrà ora? Senza una mediazione o un passo indietro della minoranza Pd o del premier il rischio concreto è quello di una clamorosa bocciatura del governo al Senato. E quindi di una crisi.
 
"Il documento dei 25 senatori sulle riforme istituzionali va nella direzione giusta. L'Italicum determinerà purtroppo una camera dominata dal partito vincente e composta prevalentemente da parlamentari nominati. Dinanzi a tale sistema elettorale è necessario un Senato delle autonomie che abbia anche selezionati ma autorevoli poteri di garanzia e di controllo pienamente investito dalla diretta volontà popolare". Lo afferma il deputato della minoranza Pd Roberto Speranza. "Il Paese non deve perdere la straordinaria opportunità di completare il percorso di riforme avviato", spiega l'ex capogruppo del Pd sottolineando che "il superamento del bicameralismo perfetto è un obiettivo condiviso da realizzare al più presto ma senza creare squilibri istituzionali. Auspico che il documento dei 25 possa creare nuove e positive condizioni di dialogo tra le forze politiche e dentro il Partito Democratico".
 
Martedì prossimo, 7 luglio, parte ufficialmente l'iter delle riforme costituzionali in Senato, per la terza lettura del ddl. La presidente della Commissione Affari Costituzionali, Anna Finocchiaro, terrà la relazione illustrativa del testo licenziato dalla Camera il 10 marzo. Si riunirà quindi un ufficio di presidenza che deciderà chi sarà il relatore o i relatori (in prima lettura furono Finocchiaro e Roberto Calderoli) e il calendario dell'esame del ddl.
 
Le riforme costituzionali ripartono al Senato, con l'obiettivo di completarle in modo da svolgere il referendum confermativo nel giugno 2016, una data ribadita a Berlino dal premier Matteo Renzi. Quasi una risposta alla bacchettata giunta al presidente del Consiglio da Pier Silvio Berlusconi e Diego Della Valle, a cui si è contrapposto il giudizio positivo di Angela Merkel sulle riforme realizzate.
 
"Le riforme sono partite, la data chiave è il referendum costituzionale nel giugno 2016, noi puntiamo a farlo nel giugno 2016". Una data non nuova in assoluto, ma messa in dubbio nelle ultime settimane visti i numeri ballerini in Senato, dove 27 senatori della minoranza Dem spesso hanno votato in dissenso. Il rilancio della "dead line" è motivato da un accordo sostanziale raggiunto sul piano politico con i bersaniani, che nei contenuti non dispiace nemmeno a Forza Italia. Inoltre la stilettata di Pier Silvio Berlusconi "allontana" nell'immaginario Renzi dall'abbraccio di FI, avvicinandolo alla minoranza Dem. L'intesa con bersaniani e civatiani riguarderebbe non tanto le modifiche al ddl della riforma del Senato, bensì il sistema di voto dei Consigli Regionali, che a loro volta esprimeranno i futuri senatori. Secondo l'intesa tale sistema prevederà che i partiti indicheranno nelle liste i candidati Consiglieri che poi saranno anche Senatori: in tal senso, e solo in questo, sarà un "elezione diretta" dei futuri inquilini di Palazzo Madama, come chiesto dalla minoranza del Pd, come contro-bilanciamento del nuovo Italicum, che assegna il premio di maggioranza al partito vincente e non alla coalizione.
 
Anche oggi Pier Luigi Bersani ha ribadito le sue critiche alla nuova legge elettorale che "apre una corsia per la destra". Domani dunque si parte, con la Commissione Affari Costituzionali del Senato, che incardinerà il ddl delle riforme, il cui esame concreto partirà dalla prossima settimana. Se il Senato non modificherà il testo del ddl, licenziato dalla Camera il 10 marzo scorso, allora si tratterà della prima lettura completa, cosa che potrebbe avvenire entro luglio.
 
La "doppia lettura conforme", cioè gli ulteriori due passaggi di conferma alla Camera e al Senato, previsti dalla Costituzione (articolo 138) per le riforme costituzionali, potrebbero comodamente avvenire in autunno. A quel punto il referendum nel giugno 2016 non sarebbe un problema. Tuttavia c'è chi vorrebbe che il Senato "limasse" il ddl in alcuni punti, come alcune competenze delle Regioni (articolo 117 della Carta) o alcune competenze del nuovo Senato, che sono state tolte dal passaggio alla Camera e che potrebbero essere ripristinate. In tal caso occorrerebbe un ulteriore passaggio alla Camera che renderebbe più stretti i tempi per svolgere il referendum nel giugno 2016. Allora diverrebbe sì una corsa a cronometro.
 

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