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Palmisano

Purtroppo non c’è nulla di più spiacevole che leggere e analizzare i dati demografici ed occupazionali di Bari.

Siamo di fronte a un’emorragia costante di popolazione giovane ( - 13.000 baresi in soli dieci anni) e all’allontanamento dal lavoro di centinaia di lavoratori a vantaggio di forme vecchie e nuove di sottoccupazione, di lavoro grigio e nero, di schiavismo minorile. Nel 2012 tra le province pugliesi quella di Bari ha percentualmente perso più occupazione, soprattutto maschile, e resta sempre troppo bassa e sottopagata l’occupazione femminile.

Dunque, nulla di libidinoso nel mercato del lavoro barese. Questo fenomeno emorragico si lega strettamente ad almeno altri due fenomeni cittadini: 1) una forte debolezza della domanda qualificata di lavoro, perché le imprese, salvo nel terzo settore e un po’ nei servizi, non vogliono lavoratori ben formati; 2) una forte presenza del crimine nella mediazione tra domanda e offerta di lavoro, soprattutto nell’edilizia e nell’agricoltura, ma anche nel commercio, nella ristorazione e nella ricezione turistica.

Siamo di fronte all’avanzata di armate di illegalità, di sfruttamento, di usura e di evasione fiscale reale (diversa da quella politicista immaginata da Fassina) che premono sulla tenuta della società barese comprimendo la civiltà e riducendo gli spazi per la liberazione di nuove risorse.

Vedo costantemente aspiranti imprenditori sani – con tanto di lauree e master – abbandonare schifati il capoluogo e la provincia per andare ad intraprendere altrove, dove non c’è pizzo, dove ci sono banche mano selettive, dove c’è un clima culturale d’impresa libero, non sottoposto all’arrogante strafottenza di quella vecchia parassitaria imprenditoria barese che Sciascia non avrebbe esitato a definire Mafia.

Dunque, se da un lato il mercato del lavoro barese espelle manodopera qualificata, altri mercati la tirano a sé e la mettono a valore con la sola offerta di politiche nazionali, regionali e comunali accoglienti e per tutti. A Bari in questi anni di parziale riscossa è mancata l’offerta di policies metropolitane che creassero un sistema di libero accesso alle opportunità imprenditoriali.

Cosa ancor più grave, non sono stati smantellati quegli apparati disfunzionali che hanno succhiato risorse pubbliche nel corso dei decenni immiserendo la città sul piano della libera concorrenza in tutti i segmenti produttivi (basti pensare a quella parte di edilizia e commercio baresi connivente con Savino Parisi). In parole povere, chi doveva democratizzare il mercato non l’ha fatto o non c’è riuscito, perché la miopia di questi anni ha chiuso ogni singolo decisore politico nel suo piccolo feudo autoreferenziale, mentre fuori le mafie dei poteri forti gongolavano arricchendosi spudoratamente sulla pelle dei lavoratori, dei giovani laureati, dei baresi più onesti.

Pertanto, se Bari non vuol vedere moltiplicato il numero degli addii nei prossimi anni, si dia nel 2014 un governo più acuto nell’individuazione dei punti di distacco tra cultura parassitaria e cultura democratica.

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