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Ex-Ilva Taranto, per il futuro: armarsi di santa pazienza, la strada è lunga

La sentenza del Tar di Lecce è chiara, il centro siderurgico produce danni continuati ed intollerabili alla salute dei cittadini, occorre eseguire l’ordinanza del sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, e spegnere l’area a caldo entro 60 giorni.

Calvino Pennuzzi

Dopo anni di incertezza e di contraddittori potremmo dire, così come la minoranza nera negli USA, anche il sangue dei cittadini di Taranto conta. Possiamo festeggiare? Io francamente non me la sento.  Ho timore che un ricorso al Consiglio di Stato possa ribaltare la sentenza? Francamente no.

So che Arcelor Mittal ed ILVA in liquidazione tenteranno questa strada, ma le ragioni che stanno alla base di questa sentenza sono troppo solide per poter essere messe seriamente in discussione.

Il motivo per cui non mi sento di festeggiare è che questa sentenza non mi sembra una vittoria, ma la certificazione di una serie di sconfitte in un conflitto che ritengo sarà ancora lungo e duro.

Cosa viene sconfitto?

Innanzitutto un modello di sviluppo, che costruiva nel Mezzogiorno d’Italia cattedrali nel deserto, grandi fabbriche con processi inquinanti: sia che fossero industri siderurgiche, che raffinerie o cementifici.

Ilva IMPIANTI

Viene sconfitta una ideologia liberistica, per la quale ogni cosa era da affidarsi alla iniziativa privata, e non era neppure vero, dal momento che ai privati sono stati riservati gli utili ed al pubblico tutte le perdite. Tutto ciò che è stato privatizzato ha dato il peggio, mostrando - oltre che la incapacità dello Stato - la debolezza prospettica del capitalismo italiano incapace di una visione.

Viene sconfitta questa terra del Sud che ha pagato la sua fame di lavoro con lacrime e sangue, letteralmente: dagli omicidi bianchi, della fase di realizzane e di raddoppio dello stabilimento, ai danni alla salute di oggi, e che rischia di pagare un ulteriore tributo in termini di scomparsa del lavoro.

E’ stata sconfitta una cultura: quella imprenditoriale, che non ha saputo nel corso degli anni di trovare ed organizzare alternative alla monocultura siderurgica, e quella operaia che per anni ha cercato di affrontare il tema della qualità del lavoro, proponendo soluzioni e miglioramenti.

Per troppo tempo di fronte alla enormità dei problemi, che erano e sono noti a tutti, sono andate avanti tattiche tese all’occultamento della verità e/o alla dilazione degli interventi necessari, sempre parziali e limitati.

ilva arcelormittal

Oggi rispetto al passato il quadro è cambiato, non solo per effetto di questa pur importante sentenza, ma perché per la nostra città è ormai chiaro che l’interlocutore principale non è Arcelor Mittal, la cui logica ed interessi non coincidono con quelli della città, (e per il quale il nostro stabilimento non è che una delle unità produttive e neppure la più importante).

Il maggiore interlocutore è lo Stato italiano, sia perché è rientrato dopo due decenni, in quota parte, nella società proprietaria, sia perché è lo Stato che deve stabilire l’importanza di questa fabbrica. Si è detto che in un Paese manifatturiero come il nostro, la conservazione di una capacità produttiva nel settore siderurgico ha un valore strategico e che, pertanto, non si può essere del tutto dipendenti da produzioni estere. Se ciò è vero, occorre mettere in moto tutte le soluzioni tecnologicamente possibili per azzerare i danni alla salute e gli investimenti che ne conseguono.

Ilva arcelormittal operai

Se è vero che la crisi attuale del sistema Italia, accentuata dalla pandemia richiede una ristrutturazione ecologica del nostro apparato produttivo, questa di Taranto costituisce un banco di prova irrinunciabile e non rinviabile, per verificare la capacità del nuovo governo di dare attuazione al programma con cui si è proposto.

Per uscirne non basterà chiudere l’area a caldo. Salvare la città significa riconquistare progetti e possibilità di futuro, capire cosa potremo essere nei prossimi anni con o senza stabilimento siderurgico e questo richiede un impegno unitario di lunga durata, che manca in città da troppo tempo.

Giusta la mossa messa in atto da una ordinanza di chiusura, una scelta dura e per certi aspetti capace di produrre l’ostilità di molti settori. Tuttavia, quando questi strumenti non sono stati impiegati, perché si è cercata una soluzione più politica, le istituzioni cittadine sono state ridotte all’impotenza, quando non accusate di incompetenza o di connivenza. Armiamoci di santa pazienza, non bastano le sentenze: la strada è lunga.

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Pubblicato sul tema: Ex-Ilva, governo subito alla prova TAR, 60 gg. per spegnere impianti

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