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Il 'nuovo Ulivo' di Boccia, Ginefra e Laforgia
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"Il percorso congressuale del Partito Democratico dovrà essere ampio, vivace e partecipato. Un congresso in cui i luoghi fondamentali dell’incontro e del confronto tornino a essere i circoli, grazie al protagonismo degli iscritti e dei simpatizzanti". È quanto sostengono Dario Ginefra, Francesco Boccia e Francesco Laforgia nel loro documento/appello, che mira a stimolare dibattito e confronto nel partito lungo il percorso verso il prossimo Congresso. Un fronte che ha già raccolto - qualche settimana fa, in occasione dell'Asssemblea del Partito dal molti disertata - le attenzioni anche di Michele Emiliano.

Emiliano Boccia Tobias Piller
 

"Un congresso aperto al Paese, alle comunità e ai gruppi rappresentativi di interessi collettivi, e non un terreno di competizione e di conquista, esposto alle scorribande dei signori delle tessere. Insomma, un congresso che rimetta il partito in moto, riscrivendo le regole della convivenza e facendo pesare la necessità di una ricostruzione del tessuto organizzativo”.

“Ci auguriamo - dichiarano i firmatari dell’appello - che da questo congresso emerga un disegno di partito diverso rispetto ai meccanismi ai quali siamo stati finora abituati. Non più il partito del leader che procede in assenza di segreterie, ma il partito che sa essere comunità operosa e solidale. Non più prateria assaltata dalle correnti e dagli individualismi, ma laboratorio permanente di idee in cui venga rifondato il senso della militanza”.

Il testo dell'appello, che delinea i contorni anche di un "nuovo Ulivo":

Abbiamo provato a riordinare alcune riflessioni che abbiamo elaborato in questi giorni convulsi, durante i quali gli scenari politici nazionali sono precipitati in un’accelerazione vertiginosa, che ne ha scompaginato gli assetti. Trascriviamo questi pensieri, sforzandoci di dare loro un’impostazione organica, nella speranza che da meditazioni di alcuni possano diventare materia e occasione per una riflessione di molti.

boccia francesco
 

Il primo elemento da approfondire è quello dell’atteggiamento nei confronti del Governo Gentiloni. Una realtà che non possiamo permetterci di liquidare come una trascurabile parentesi anche per rispetto al Ruolo del Presidente della Repubblica. Questo Esecutivo non puó essere vissuto come un semplice intermezzo burocratico. È un’esperienza alla quale il Pd ha dato il proprio contributo fondamentale. Il Presidente del Consiglio è espressione del Partito Democratico. E sempre il Partito Democratico è il soggetto politico che assicura la tenuta della maggioranza. Disconoscere queste circostanze e considerare l’attuale Governo come un intervallo fra una fase politica e un’altra o peggio ancora come un incidente di percorso significherebbe ammettere il fallimento del partito. Tanto più che, al di là delle dichiarazioni di qualcuno, è chiaro che questo non è semplicemente un Governo chiamato a occuparsi di ordinaria amministrazione. Lo testimoniano le vicende del Decreto sulle banche e della possibile manovra correttiva. Soprattutto, ce lo ricorda in maniera clamorosa, e a volte persino drammatica, il contesto in rapida e continua evoluzione delle sfide globali che la nostra Nazione deve affrontare: l’immigrazione, i conflitti, il ruolo in Europa, l’emergenza terrorismo, la sfida della trasformazione dell'organizzazione del mondo del lavoro a partire dall'industria 4.0 e dalla evoluzione senza precedenti dell'economia al tempo digitale che impongono nuove riflessioni alla politica e a maggior ragione alla sinistra.

E poi, le valutazioni che ci vengono imposte dal risultato del referendum. È evidente che il Partito Democratico è in difficoltà. E questa situazione di sofferenza non è certo una novità sconvolgente che ci coglie di sorpresa. I nodi critici erano emersi già in concomitanza con gli esiti delle amministrative dello scorso giugno.

ginefra3
 

Quello che aveva iniziato già allora a mostrare i segni di un progressivo sgretolamento era il progetto politico fondato sull’autoreferenzialità del Partito Democratico. Una pretesa di autosufficienza che troppo spesso si è tradotta in isolazionismo, e che ha condotto il partito a tagliare ponti con ampi settori sociali e con spezzoni del proprio stesso elettorato, senza neanche consentirgli di essere attrattivo nei confronti di nuovi segmenti di società. Siamo chiamati allora a prendere atto del tramonto dell’illusione che ci aveva condotti a vagheggiare il partito a vocazione maggioritaria.

Riteniamo che queste possano essere delle direttrici che ci aiutino a incanalare la discussione all’interno del Pd come pure sul piano del confronto parlamentare. Pensiamo alla necessaria opera di preparazione del congresso, che richiede pazienza, capacità di ascolto, ricerca dell’incontro e apertura alle ragioni degli altri. Pensiamo, parallelamente, al dibattito sulla legge elettorale. Un fronte che richiede da parte nostra una metodica e tenace opera di tessitura.

A proposito del sistema elettorale: il dibattito oggi verte sul Mattarellum, la proposta avanzata da Matteo Renzi. Indipendentemente dalla paternità delle idee, abbiamo deciso in maniera consapevole e condivisa di confrontarci per la riforma elettorale a partire da questo modello. E dunque, dobbiamo essere coscienti dei mutamenti che determinate scelte potranno produrre nella stessa missione del Pd e nel progetto politico che esso si assume la responsabilità di incarnare. Il partito dovrà, in altri termini, recuperare il suo ruolo di soggetto coalizionale, capace di aggregare e di essere perno di alleanze organiche, che si riconoscono in una coerente visione di Paese.

Laforgia PD
 

Un aspetto non eludibile né irrilevante, su cui tutti dovremmo soffermarci con la necessaria attenzione, è che questo cambiamento di prospettiva richiede delle modifiche nello stesso Statuto: la carta fondativa del partito, infatti, dovrà conseguentemente essere aggiornata, a partire da quel passaggio che, attualmente, prevede la coincidenza fra il Segretario e il candidato premier.

Sul versante degli orizzonti valoriali della coalizione che dovremo costruire, noi continuiamo a scommettere sulla necessità di un “nuovo Ulivo”. Un’idea che non è certo estemporanea e che scaturisce dall’ovvia constatazione che oggi governiamo la stragrande maggioranza delle Regioni (17 su 20) e la gran parte delle città all’interno di un raggruppamento che ci vede saldamente ancorati alla formula del centrosinistra.

Se lo scenario è questo, dobbiamo maturare la coscienza delle sfide che ci vedranno impegnati nelle prossime settimane.

In primo luogo, la necessità di recuperare una connessione con il nostro popolo, relativamente a temi affrontati con eccessiva leggerezza (e ci riferiamo alle riforme calate dall’alto ad esempio in materia di istruzione e di jobs act).

E allora, possiamo e dobbiamo riallacciare rapporti politici e sociali, innescando un percorso congressuale ampio, vivace e partecipato. Un congresso in cui i luoghi fondamentali dell’incontro e del confronto tornino a essere i circoli, grazie al protagonismo degli iscritti e dei simpatizzanti. Un congresso aperto al Paese, alle comunità e ai gruppi rappresentativi di interessi collettivi, e non un terreno di competizione e di conquista, esposto alle scorribande dei signori delle tessere. Insomma, un congresso che rimetta il partito in moto, riscrivendo le regole della convivenza e facendo pesare la necessità di una ricostruzione del tessuto organizzativo.

EMILIANO RENZI sguardo
 

Ci auguriamo che da questo congresso emerga un disegno di partito diverso rispetto ai meccanismi ai quali siamo stati finora abituati. Non più il partito del leader che procede in assenza di segreterie, ma il partito che sa essere comunità operosa e solidale. Non più prateria assaltata dalle correnti e dagli individualismi, ma laboratorio permanente di idee in cui venga rifondato il senso della militanza. Continuiamo a credere che il superamento della patologia del correntismo sia condizione imprescindibile per uscire dagli intruppamenti e dal sistema della rissa perpetua, affidando a tutti le medesime responsabilità in una ristrutturazione del Pd e in un suo rilancio come forza credibile e affidabile.

Auspichiamo, insomma, che si superino le formule dei partiti virtuali, figli di un’esasperata vocazione al tatticismo (come il fantomatico Partito della Nazione), per approdare a un nuovo progetto che offra risposte alle aspettative e ai bisogni del Paese, arginando il dilagare dell'antipolitica.

E parliamo della propaganda strillata dei Cinque Stelle, ma anche delle deviazioni di un Partito Democratico che rinuncia a governare e indirizzare i processi, ma si limita ad assecondarli, cedendo a uno scivolamento demagogico e populista.

Non vogliamo e non possiamo rassegnarci ai toni e agli argomenti di chi suggerisce la riduzione del numero dei “politici” tout court o di chi urla al voto al voto, come se non avessimo oggi la responsabilità di governo.

Continuiamo a sognare, piuttosto, una politica che faccia sì che tutti si sentano importanti in quanto costruttori di un edificio collettivo, e non ripetitori dei tweet lanciati dall'uomo solo al comando.

Dario Ginefra 
Francesco Boccia
Francesco Laforgia

(gelormini@affaritaliani.it)

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Pubblicato in precedenza: Emiliano-Boccia si rinsalda l'asse. Taranto in silenzio a Pal. Chigi il 3 dic.

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