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‘Mediterraneo frontiera di pace’, la colomba tra gli Apostoli

Non è scesa dall’alto, ma con garbo Giuseppina De Simone (teologa) si è sistemata tra i Vescovi, diretti discendenti degli Apostoli, e appoggiandosi - o meglio, ‘posandosi’ - sui paragrafi di una relazione introduttiva alle prime riflessioni di questo Sinodo ‘Mediterraneo frontiera di pace’, come una colomba ha cominciato a far battere le ali della fede e della ragione.

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Ancora una volta, il suo compito è stato quello di sorvolare la distesa d’acqua e portare la buona novella, per una nuova alleanza: ‘Consegnare la fede alle generazioni future. Sfide e risorse nel contesto Mediterraneo’, questo il tema affrontato e analizzato dalla Coordinatrice della Specializzazione in Teologia fondamentale alla sezione san Luigi della Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale.

Un approccio radicato nella ratio studiorum della Compagnia di Gesù, in cui la riflessione teologica, evitando articolazioni astratte, cerca e si alimenta del confronto con la storia e con i diversi saperi. “Da quattro anni, alla Facoltà teologica di Posillipo a Napoli, abbiamo messo a fuoco il tema del Mediterraneo quale contesto a partire dal quale fare teologia - tiene a precisare Giuseppina De Simone – da cui è nato questo progetto, che attualmente coordino con il professor Armando Nugnes, di un Biennio di Specializzazione in Teologia fondamentale, proprio sull’”Esperienza religiosa nel Mediterraneo”, come ponte per una cultura dell’incontro, che ha tra i docenti anche professori musulmani ed ebrei”.

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“Il presupposto, che ha guidato anche il recente viaggio studio di novembre a Gerusalemme - sottolinea la teologa - è che il dialogo della vita non esclude uno sbocco nella riflessione teologica. La dichiarazione sulla fratellanza firmata ad Abu Dhabi, d’altra parte, non delinea solo una strategia di collaborazione, ma ribadisce la fede nell’unico Dio come principio dell’incontro e del dialogo possibile tra le religioni”.

“È la fede in Dio che porta a riconoscerci come fratelli - ribadisce De Simone - l’incontro tra religioni deve avere un terreno comune e questo è l’esperienza religiosa. Nel nostro percorso di studi partiamo da questa esperienza, ossia dall’esperienza di Dio che è presente nelle diverse religioni, ma che è data di per sé a ogni essere umano, anche nell’assenza o nella negazione. Un’esperienza che ha nella rivelazione di Dio in Gesù Cristo il suo principio di comprensione e di verità”.

Da qui il volo sul Mediterraneo: contesto plurale e complesso, in cui la vera ricchezza è nella diversità. Un mare culla di civiltà, ma anche mosaico di variegate forme di devozione popolare e dove: “Pellegrinaggi e culto dei santuari esercitano un’attrattiva crescente, che vede insieme non solo persone di estrazione sociale e di livello culturale differente - fa rilevare De Simone - ma talvolta anche persone di fedi religiose diverse”.

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“C’è una domanda di salvezza e c’è un’esperienza di Dio che la devozione popolare, nel suo carattere trasversale - prosegue nella sua relazione De Simone - restituisce, e che sfugge ad ogni forma di razionalizzazione. Perché quando tutto traballa ‘ci si aggrappa alla corda di Dio’. Per cui, il fondamentalismo, in qualunque forma si manifesti, è sempre una sconfitta della fede e una negazione della capacità umanizzante dell’esperienza di Dio”.

E planando sulla libertà religiosa: bene inestimabile per tutti, nonché diritto da cui nascono tutti gli altri diritti, la teologa meridiana ha provato ad individuare le chiavi di dialogo con le future generazioni. Mettendo l’accento sul “Mediterraneo mare del meticciato, che ci ricorda come non ci sia identità senza l’altro. E sulla chiamata per tutti ad essere “Chiesa dell’incontro, per disarmare i cuori e abbattere i muri dell’odio e della discordia”.

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Ecco perché la fede popolare può ritrovare forza e identità “Nella sua capacità di esprimere plasticamente quella socialità che è propria della gente mediterranea: che si lascia avvertire nella contrattazione prolungata al mercato, o nella vivacità dei cortili e dei vicoli; nella tenuta dei legami familiari e parentali, o nella fitta trama di legami che si innervano su un preciso territorio e in una ritualità che aggrega e disegna una comune identità. Un vero e proprio antidoto a forme di esasperata individualizzazione”.

E qui il volo della colomba si fa “senza tempo”, quando ricorda come la religiosità mediterranea sia significativamente legata da un valore, che appartiene trasversalmente alle tre grandi tradizioni monoteistiche, quello dell’ospitalità: “Per l’islam come per l’ebraismo l’ospite da sempre è sacro. Nella rivelazione biblica lo straniero e l’ospite sono manifestazioni della presenza divina”.

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Una tradizione che affondava le radici già nell’Antica Grecia, culla del pensiero critico. Infatti, era d’uso - un tempo - che allo straniero che approdasse sulle proprie coste, si riservassero tutti gli onori dell’ospitalità: garantendogli cura del corpo, riposo e vesti pulite. Quindi lo si invitasse a mangiare, a pranzo o a cena, e solo dopo gli si chiedesse chi fosse, da dove venisse, cosa lo avesse portato a fermarsi sulla loro terra e di quali novità potesse essere foriero.

Una sorta di liturgia laica, che testimoniava e testimonia anche un’altra ricchezza della mediterraneità: la forza del simbolo, un linguaggio ‘universale’ che “mette in relazione, che custodisce il mistero - afferma De Simone - e che nelle declinazioni dei Paesi del Mediterraneo è linguaggio di dialogo e di accoglienza, perché sa di esprimere una verità che ci supera”.

A questo punto la colomba De Simone, come un lascito pentecostale professa l’ambizione che dovrà animare il consesso episcopale: “La fede che vogliamo trasmettere ha bisogno del pensiero: ha bisogno di essere una fede pensata, e ha bisogno di continuare ad alimentare il pensiero”. Un modo, a leggerlo bene, per riempire quel vuoto provocato dall’Europa, quando decise che il pensiero bastasse a segnare la propria identità, facendo a meno della fede e delle stesse tradizioni popolari.

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“Il Mediterraneo insegna che si può pensare la vita e la realtà senza ridurle a teorema - insiste De Simone - e che le interconnessioni e il senso della complessità valgono più di ogni schema di analisi. Una lezione che forse anche la teologia potrebbe accogliere, ritrovando una via ‘mediterranea’ di elaborazione”.

E sulla “Chiesa che sa osare la pace” l’esortazione finale è per “Un incontro e un’integrazione tra le diversità, attraverso un lavoro paziente che aiuti prima di tutto ad attraversare le paure: la paura di perdere la propria identità, la paura che cambino le cose, la paura di lasciarsi cambiare. Magari scoprendo il coraggio della formazione, perché negare l’istruzione favorisce l’estremismo. Mentre invece studiare fianco a fianco con chi ha una fede diversa è una maniera positiva di costruire un avvenire riconciliato”.

(gelormini@gmail.com)

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Pubblicato sul tema: Giuseppina De Simone: 'Consegnare la fede alle generazioni future'

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