Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » PugliaItalia » Trifone Gargano e ‘Pasolini maestro di emozioni’

Trifone Gargano e ‘Pasolini maestro di emozioni’

L’esperienza pedagogica di Pier Paolo Pasolini narrata da Vincenzo Cerami e Nico Naldini, e analizzata da Trifone Gragno con la lente

Trifone Gargano e ‘Pasolini maestro di emozioni’

di Trifone Garrgano *

Per i primi anni Cinquanta, in Italia, sostenere che l’insegnamento dovesse suscitare nei ragazzi emozioni e curiosità era come parlare cinese. Eppure, Pier Paolo Pasolini, a Casarsa e a Ciampino, nelle sue due brevi (ma intensissime) esperienze di professore di Letteratura e di Grammatica italiana, lo sosteneva e, soprattutto, lo praticava.

L’esperienza didattica più lunga e significativa fu svolta da Pasolini nel Comune di Ciampino, una volta trasferitosi a Roma, agli inizi del 1950, con sua madre. Prese, infatti, servizio nel mese di dicembre del 1951, come professore di Lettere, presso la scuola media parificata “F. Petrarca” di Ciampino, e vi restò fino al mese di dicembre del 1954, per tre anni scolastici interi (il quarto anno, invece, 1954-55, lo avviò soltanto, e poi si dimise, per dedicarsi con maggiore impegno e tempo alla sua attività di sceneggiatore, lasciando la supplenza, per quell’anno scolastico, a Nico Naldini, suo cugino, e, poi, suo amorevole e attento biografo).

A Ciampino, tra i suoi allievi, figura Vincenzo Cerami (1940-2013), futuro scrittore, giornalista e sceneggiatore, che ha ricordato, del Pasolini insegnate, quanto segnasse in blu, negli scritti dei suoi alunni, banalità e luoghi comuni, stimolandoli, quindi, a essere sempre teste pensanti e critiche, teste ben fatte e divergenti. Tra il 1947 e il 1949, aveva insegnato nella scuola media di Valvasone, sede staccata di Pordenone, dove non solo curava la formazione linguistico-letteraria dei suoi studenti, ma faceva anche da allenatore di calcio. Il calcio è stata la grande passione sportiva di Pasolini, praticandolo pure, grande tifoso del Bologna.

Memorabile, direi leggendaria, la partita disputata a Parma, con gli undici di Pasolini (che si trovava lì perché stava girando il film Salò e le 120 giornate di Sodoma), contro gli undici di Bernardo Bertolucci, suo ex aiuto-regista (impegnato a girare il film Novecento). La partita fu vinta dalla squadra di Bertolucci, ma Pasolini, che sul campo di calcio metteva tutta la passione e grinta necessarie, lanciò mille accuse e sospetti sulla vittoria, guadagnata – a suo dire – con un trucco.

Pasolini BertolucciPasolini BertolucciGuarda la gallery

La scuola media unica e i nuovi programmi d’insegnamento sarebbero arrivati soltanto nel 1963, con mille contraddizioni, che Pasolini, puntualmente, intravide prima degli altri, segnalò e denunciò, giungendo anche ad affermare che quella scuola media unica e quei programmi così concepiti, strumento del genocidio che lui già vedeva in atto nella società italiana (e che poi avremmo registrato e compreso tutti, ma con decenni di ritardo rispetto alla vista profetica di Pasolini), tanto valesse chiuderla.

Lo intuì, nel 1965, anche il priore di Barbiana, don Lorenzo Milani, e lo denunciò in Lettera a una professoressa, che quella scuola, di fatto, restava una scuola classista, nient’affatto inclusiva, che agisse, nei confronti dei figli dei contadini e degli operai, come una porta girevole di albergo, facendoli entrare, ma scaraventandoli fuori dopo il solo primo giro (anno scolastico). Anche don Lorenzo Milani non fu ascoltato, e il suo modello di scuola democratica, esigente, rigorosa ma accogliente fu ignorata (e derisa).

Con riferimento alla sua esperienza didattica, Pasolini scrisse alcune riflessioni e articoli sul senso di fare scuola, sui libri di testo, sull’educazione al bello e alla poesia, e altro ancora, di grande e sorprendente modernità, anche a leggerli oggi, cioè oltre settant’anni dopo (questi testi pasoliniani sono stati raccolti, sempre a cura di Nico Naldini, in un volume Guanda: Un paese di temporali e di primule).

Dalla lettura di questi articoli di Pasolini, quelle che sono le sue prime riflessioni e che, poi, gli studiosi avrebbero definito come la sua «naturale vocazione pedagogica» (proseguita anche negli anni della maturità, e al di fuori della scuola come istituzione, attraverso i romanzi, gli articoli giornalistici, i film, gli interventi in quanto acuto intellettuale, sempre corsaro e critico, disilluso sul nostro futuro, ma con uno sguardo mai cinico), emergono proposte metodologico-didattiche di grande attualità. Provo a farne un minuscolo elenco, rinviando il lettore al mio (imminente) Pasolini pop, per i tipi Progedit (di Bari):

Pasolini NaldiniPasolini NaldiniGuarda la gallery

le storie, le narrazioni (le favole) come strumento didattico (in quegli anni scrisse, ad uso dei suoi studenti, un racconto-favola sul mostro «Userum», per spiegare loro, in maniera fascinosa ed emozionante, le tre desinenze del nominativo di seconda declinazione, per la lingua latina: -us; -er; -um)

insegnamento (e meta-insegnamento) come missione etica, che dovesse partire da precise riflessioni e motivazioni sulle scelte e sui metodi della lezione, preparare con scrupolo una lezione, affinché, cioè, non si esaurisse in un vuoto bla-bla privo di senso

scuola attiva, insegnamento attivo, per stimolare nei ragazzi curiosità e giudizio critico, per suscitare in loro emozioni

insegnamento non convenzionale (Pasolini ripete, in questi scritti, che il suo obiettivo polemico non sono i colleghi severi, ma i colleghi convenzionali)

lo studio dev’essere scoperta e avventura

incuriosire e trovare il giusto “gancio”, per ciascun ragazzo

insegnante animatore del processo didattico (oggi, con lessico nuovo, diciamo «insegnante allenatore», ma è la stessa cosa già scritta e praticata da Pasolini)

– l’insegnante non deve bamboleggiare, ma deve portare il ragazzo a innalzarsi (per uscire dal mondo, spesso, deprivato e deludente nel quale vive)

l’insegnante, restando tale, deve però far emergere, in classe, la sua umanità, compresa la sua fragilità quotidiana, di persona di contatto, non distante

dare un ruolo maggiore alla poesia, proprio perché “inutile”, non funzionale cioè ai processi strettamente economico-produttivi

partire dalla poesia contemporanea, perché più vicina alla sensibilità (e ai linguaggi) degli studenti

– leggere a voce alta, per ascoltare e percepire le parole, il loro fascino, il loro essere vettori delle emozioni

emozioni, giochi e scoperte linguistiche, leggendo a voce alta

– finalità dell’insegnamento è dar vita al pensiero creativo

Nei ricordi di una collega di Pasolini, presso la scuola media di Valvasone, in provincia di Pordenone, Elda Schierano, Pasolini a scuola, per tutti, per gli studenti e per i colleghi, era il “5 P” (Professore, Poeta, Pier Paolo, Pasolini). Anche a noi, uomini e donne di scuola di oggi, piace ricordarlo così, il “5 P”, del quale avvertiamo tutto il dramma dell’assenza, nell’intero panorama intellettuale italiano contemporaneo.

* Pugliese, Docente Didattica Lingua Italiane e Informatica per la Letteratura, nonché dantista e divulgatore letterario.