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Vaccari: Visconti-Fellini "I falsi duellanti"

Più tardi all’affacciarsi della notte si accende Sky Arte e ci si imbatte in una puntata di Face to Face, interessante, molto interessante, almeno all’apparenza.

Il titolo recita: Fellini contro Visconti.

Il programma racconta della rivalità, a tratti anche astiosa, tra Federico Fellini, il più famoso regista cinematografico italiano nel mondo e nella storia e Luchino Visconti, il più grande uomo di spettacolo della storia d’italia insieme a Giorgio Strehler.

Dieci anni e più di malcelato fastidio reciproco, alimentato da fan ed adepti dell’uno e dell’altro. Dieci anni e più di straordinari successi paralleli che hanno marchiato la storia del nostro cinema.

1960 Visconti  Rocco e i suoi fratelli - Fellini  La Dolce Vita

1963 Visconti Il Gattopardo - Fellini Otto e mezzo

1969 Visconti La caduta degli Dei - Fellini  Satyricon

Tanto per fare qualche esempio.

Il programma sottolinea in modo molto drastico le grandi differenze del cinema dei due autori, fermandosi purtroppo alle superfici formali e soprattutto “chiudendo”in modo improprio il grande cinema italiano dell’epoca solo al dualismo Fellini Visconti.

I convitati intervistati insistono a più riprese sulle macro apparenze dei due autori. Visconti ne esce come un regista di melodrammi e Fellini come un regista di sogni e immagini. Entrambi dediti ad una sfrenata, costante citazione di sé stessi. Il resto del cinema italiano? Inesistente per Sky e la sua redazione.

Visconti e Fellini
 

Con pazienza e brevità facciamo un po’ di ordine. Se ci è consentito.

Il cinema di Visconti è tutto costruito sulla visione della Storia ed in particolare della Storia della decadenza della grande borghesia e del ruolo dell’intellettuale. I suoi eroi stanchi sono per la maggior parte aristocratici in caduta libera o borghesi al pari vicini alla rovina. Lui è un romanziere del cinema. Il suo occhio e il suo giudizio sono sempre presenti, anche quando ci propone altri protagonisti come i pescatori de “La Terra trema” o gli immigrati a Milano di “Rocco e i suoi fratelli”.

Federico Fellini è sicuramente un visionario. Procede per  immagini ed introspezioni oniriche  e racconta anche lui di decadenze, di perdite d’identità, di impotenza alla rappresentazione di una realtà sempre più sfuggente. Un cinema come possibile autobiografia di un piccolo borghese geniale al cospetto di un mondo ormai inconoscibile.

Ogni suo film è un viaggio  nei processi creativi di un cinema poetico, fanciullesco e malinconico. Al pari di Visconti il suo occhio non ci lascia mai la libertà di indagare da soli nella materia estetica. Fellini e Visconti, in fondo, raccontano la stessa storia con  strumenti diversi, ma con un unico denominatore: la centralità dell’intellettuale regista.

“Face to Face” di Sky finisce qui, con la riconciliazione dei due grandi registi e la fine delle loro vicende umane e artistiche. Non una parola sul contesto in cui si inseriva questo “duello posticcio” e non una parola sulle altre voci che influenzarono le forze in campo o furono influenzate dal binomio Fellini-Visconti.

Un nome prima di tutti: Michelangelo Antonioni, il vero rivale, il reale oppositore della coppia dominante.

Antonioni Fellini
 

L’uomo venuto dal presente.

Se Fellini e Visconti  erano costretti a confessare in ogni film il loro disagio creativo verso il presente, tanto da costruire personaggi alter ego di se stessi, alle prese con la delusione o l’impossibilità narrativa (Il Principe Salina nel “Gattopardo”, il Professore in “Gruppo di Famiglia in un interno”, il Regista in “Otto e mezzo” e lo stesso protagonista in “Casanova”), il regista di Ferrara scompare mimeticamente dietro la sua macchina da presa, lasciandoci soli a contemplare l’alienazione contemporanea, il paesaggio urbano ed industriale, la solitudine del vivere.

Lo spettatore è libero di aggirarsi all’interno dei suoi lunghi piani sequenza, dei silenzi espressivi di un cinema unico, in un certo senso postmoderno se paragonato al respiro tradizionale, quasi tardo crociano d’anteguerra di Visconti e Fellini.

“L’avventura”, “La Notte”, “L’eclissi”, “Deserto rosso”. E poi ancora “Blow up” premiato con la Palma d’oro a Cannes, “Zabriskie Point”, bellissimo e molto poco amato negli Stati Uniti, fino a “Professione Reporter”, la sua meditazione finale sul ruolo dell’intellettuale nel mondo di oggi o di ieri.

Antonioni ci abbandona subito dopo i titoli di testa, per non riprenderci più. Liberi di guardare il cinema come rappresentazione estetica della realtà contemporanea.

E noi siamo come il suo occhio nella magnifica sequenza finale di “Professione Reporter”. Dove non vediamo ciò che vorremmo vedere (la morte del protagonista), perché la realtà ci prescinde e noi siamo lì e nessuno ci  può indicare alcuna strada.

Undici minuti di vuoto prima della parola fine.

(2. Fine)

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Pubblicato in precedenza: Più tardi nel pomeriggio Barry Lyndon e i cine-Maestri

                                       Vaccari: 'Interstellar' Il cinema cambia la musica

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