Dalla morte dei braccianti in Calabria al caso Satnam Singh: nelle campagne italiane il lavoro agricolo resta segnato da irregolarità, contratti fittizi e vulnerabilità strutturali legate ai meccanismi di ingresso dei lavoratori stranieri
La tragedia che ha portato alla morte dei quattro braccianti migranti in Calabria, arsi vivi ad Amendolara per dissidi che gli inquirenti fanno risalire all’ambiente lavorativo, ha riportato al centro dell’attenzione il tema del caporalato e dello sfruttamento della manodopera agricola in Italia. Una condizione che perdura da anni e che riaffiora ciclicamente nelle circostanze più drammatiche, ma che raramente si traduce in interventi capaci di incidere in maniera definitiva sul fenomeno. Ne è una dimostrazione il recente caso calabrese, così come lo fu ciò che accadde a Satnam Singh, bracciante di origine indiana rimasto vittima di un incidente sul lavoro nelle campagne dell’Agro Pontino, divenuto il simbolo di una condizione che continua tuttora ad interessare migliaia di lavoratori agricoli nell’area e nel resto del Paese.
Agro Pontino e lavoro agricolo: un fenomeno radicato tra migranti, irregolarità e falle nel sistema
Era il 19 giugno 2024, infatti, quando Satnam rimase ferito in modo gravissimo da un macchinario, riportando l’amputazione di un braccio. Stando alle ricostruzioni emerse nelle indagini, dopo l’incidente non sarebbe stato immediatamente soccorso in modo adeguato e sarebbe stato abbandonato davanti alla sua abitazione dal datore di lavoro. La vicenda ebbe un eco mediatica nazionale, eppure da allora, a quasi due anni di distanza, poche cose sarebbero cambiate dal momento che l’Agro Pontino rimane ancora oggi uno dei principali epicentri per comprendere l’evoluzione del caporalato in territorio italiano.
L’area pontina è infatti uno dei più importanti poli per le mansioni agricole a livello intensivo, dove una parte significativa della manodopera è costituita da migranti impiegati nella raccolta stagionale e nelle serre. In questo contesto, e in altri simili, il caporalato appare meno come una somma di episodi isolati e sempre più come un sistema radicato di gestione nonostante i vari episodi di esposizione e di denuncia.
I dati ufficiali
Le più recenti stime sul fenomeno indicano tra i 200mila e i 230mila lavoratori impiegati in condizioni di sfruttamento o grave irregolarità nel settore agricolo italiano, mentre secondo l’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil il numero delle persone esposte a forme di vulnerabilità lavorativa nell’intera filiera agroalimentare potrebbe superare le 400mila unità. A confermare il ruolo centrale della manodopera migrante sono inoltre i dati del Ministero del Lavoro e dell’INPS: nel 2025 quasi il 43% delle quote programmate era destinato a lavoratori stranieri, mentre il comparto continua a registrare una delle più elevate incidenze di occupati non italiani. Qui si inserisce l’Agro Pontino, dove la concentrazione di manodopera migrante risulta particolarmente elevata e dove, secondo le principali inchieste e attività ispettive degli ultimi anni, il fenomeno del caporalato continua a manifestarsi con particolare intensità.
Secondo un’analisi UILA su dati INPS rilanciata da ANSA, nell’Agro Pontino circa 7 braccianti su 10 sono stranieri e, tra questi, la comunità indiana rappresenta circa il 60% della forza lavoro stagionale. In quest’ottica le attività ispettive hanno continuato a far emergere situazioni di irregolarità e lavoro nero. Tra il 2025 e il 2026 le forze dell’ordine hanno infatti individuato ulteriori casi di lavoro nero e sfruttamento nelle campagne pontine. A marzo 2026, ad esempio, controlli tra Terracina e Campoverde hanno portato alla denuncia di imprenditori agricoli che impiegavano indiani senza regolare contratto, con conseguente sospensione delle attività.
Il lavoro “grigio” e il funzionamento del decreto flussi
A tal proposito, una delle criticità maggiormente evidenziate da sindacati, associazioni e organizzazioni che monitorano i flussi migratori, in relazione alle circostanze di irregolarità, riguarda il funzionamento del decreto flussi. Il meccanismo attraverso cui i datori italiani possono richiedere dall’estero dei lavoratori sarebbe alla base delle illegalità riscontrate e si tradurrebbe in un mancato perfezionamento dei rapporti professionali per i quali i migranti sono stati fatti arrivare in Italia.
Ad evidenziarlo è il dossier 2026 della campagna “Ero Straniero“, basato su dati dei Ministeri dell’Interno, del Lavoro e degli Esteri, per cui solamente una quota limitata degli ingressi autorizzati si traduce effettivamente nella firma di un contratto e nell’ottenimento del permesso di soggiorno, specialmente nel latinense. In particolare, le ricerche della Flai-CGIL Roma-Lazio e Frosinone-Latina hanno riscontrato solo 466 richieste di permesso di soggiorno nel 2026, a fronte di 1.332 visti rilasciati nel territorio pontino, con un tasso di successo della procedura completa pari al 15,09%. Un dato considerato preoccupante perché mette in luce il divario tra l’ingresso autorizzato e l’effettivo inserimento nel mercato del lavoro, uno spazio tra legalità formale e realtà occupazionale che favorirebbe le forme più diffuse di caporalato.
In altre parole, il lavoratore arriva regolarmente in Italia grazie ad una richiesta presentata da un’impresa agricola. Ciò nonostante, in alcuni casi il contratto promesso non viene formalizzato oppure si trasforma in un rapporto di lavoro parziale e sottodichiarato. Chi ha sostenuto costi elevati per il viaggio e dipende da quell’occupazione per mantenere il proprio status giuridico si trova così in una posizione di estrema vulnerabilità, costretto ad accettare salari inferiori a quelli previsti dalle normative, giornate lavorative più lunghe di quelle registrate o forme di lavoro nero e “grigio”. Non è un caso, quindi, che proprio nella provincia di Latina, nel 2025, decine di lavoratori entrati regolarmente attraverso il decreto abbiano ottenuto permessi di soggiorno per casi speciali solamente dopo aver denunciato situazioni di sfruttamento e mancata assunzione. Un quadro che mostra come il problema non riguardi esclusivamente l’intermediazione illegale della manodopera, ma le falle di un intero sistema di reclutamento che, troppo di frequente, finisce per produrre ulteriore vulnerabilità sociale.

