di Fabio Carosi
Che ne pensano le 456 mila imprese che ogni anno pagano una tassa che si chiama “diritto fisso” che varia da 88 a 200 euro e che in caso di imprese più solide è “commisurato al fatturato” e può arrivare anche a 2185 euro l’anno in base ad una serie di scaglioni, della guerra per le poltrone che sta devastando la Camera di Commercio di Roma?
L’Ente Camerale, cassaforte dei commercianti e degli imprenditori è da tempo al centro di una guerra senza confini tra due schieramenti. Da una parte i piccoli e medi rappresentati da Lorenzo Tagliavanti, dall’altra gli industriali guidati dal leader di Unindustria, Maurizio Stirpe, sponsor spuntato del presidente attuale, Giancarlo Cremonesi.

Ora, in tempo di crisi economica, di spendig review e di antipolitica, la Camera di Commercio è un gigante zoppo che utilizza tutte le sue energie solo per sapere chi si siederà sulla poltrona più alta e da lì potrà governare i soldi delle imprese: 38 milioni di euro circa (bilancio di previsione 2013) che ogni anno l’Ente si ritrova in cassa e che si aggiungono ad un tesoretto sino a qualche anno fa stimato in circa 300 milioni di euro.
“Quello che sta accadendo è uno schiaffo alle imprese – racconta ad affaritaliani.it uno dei “bene informati” che vive la battaglia dall’esterno – la guerra per il controllo della Camera rischia di essere un vero boomerang perché c’è gente che si chiede tutti i giorni a cosa serva la Camera oltre a fare convegni e ad assistere ad uno spettacolo indegno con il tessuto economico di Roma piegato dalla crisi e la cordata di Tagliavanti che da mesi ha in testa solo la scalata. Il vero problema non sono le dimissioni di Cremonesi, ma l’attuazione dello spoil system: via Cremonesi che paga la sua contiguità col centrodestra e spazio a Tagliavanti che invece rappresenta l’espressione della sinistra che ha vinto le elezioni. In questo scenario non c’è un progetto per l’economia ma, lasciatemelo dire, un attaccamento più al potere che alla Camera. E di questi tempi sarebbe opportuno che i protagonisti si interessassero ai reali bisogni delle imprese invece che all’esercizio del potere”.

Ancora più duro è il direttore generale di Unindustria, Maurizio Tarquini, che in una lunga e dettagliata lettera al Corriere della Sera, accusa Tagliavanti di aver di fatto bloccato e rallentato il funzionamento della Camera di Commercio sino a produrre la cancellazione di 5000 posti di lavoro. “Nonostante le motivazioni – spiega Tarquini – e in barba ai nostri inviti, ha sempre risposto alle nostre richieste di accordo che sarebbe arrivato alla presidenza dell’Ente con o senza di noi”. Dunque la battaglia di potere da tesi viene trasformata in accusa.
Ma chi è Lorenzo Tagliavanti? Il curriculum vitae pubblicato sul sito della Camera di Commercio di Roma è fitto di incarichi. Lauree e corsi a parte, è un vero collezionista di incarichi, a tal punto da sfidare la fisica dei corpi per partecipare alle riunioni di tutti i consigli di amministrazione nei quali siede: è presidente della Investimenti spa, presidente della Tecnoservicecamere, vice dalla Camera di Commercio, direttore attivissimo della Cna, e membro dei consigli di Unioncamere Lazio, di Sviluppo Lazio Spa, del Polo Tecnologico industriale, di AltaRoma Spa, di Territorio Roma di Unicredi, Infocert Spa, Retecamere, Tecnho Olding spa, Ic Outsourcing e Tecnoinvestimenti. Non c’è società pubblica o partecipata da Regione, Comune o Provincia dove non si sia seduto nel suo passato di esperto ed è soprattutto espressione diretta della sinistra romana. Un fedelissimo che viene chiamato a rappresentare gli interessi politici sia nelle quote di maggioranza che di minoranza, e quindi presente in tutte le stagioni. In servizio permanente effettivo dal lontano 1989.
Chi lo conosce bene lo descrive com un uomo di rara intelligenza e con una ramificazione nel potere romano che non teme rivali. Lavora in media 12 ore al giorno e riceve in un modesto studio della Cna dove muove fili e trame senza mai alzare i toni. E sempre chi lo conosce, sa bene che sulla Camera di Commercio si gioca una carriera brillantissima e che se dovesse mancare l’obiettivo per lui sarebbe la più grande sconfitta. La sete di potere e l’obiettivo che si è posto rischiano però bloccare l’uscita dell’economia romana dalla crisi. Alla sua offensiva, seguirà la difesa e la Camera di Commercio finirà per essere stritolata dai ricorsi amministrativi contro regole e statuti che farebbero inorridire persino i Borboni. Chi ci rimette sono le imprese.
