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“Diteci cosa volete fare dell’edilizia”. La signora dei cantieri sfida la politica

Chi è Anna Pallotta, 49 anni, dal 18 gennaio Segretario generale della Feneal Uil il sindacato che tutela i lavoratori delle costruzioni, del cemento e del legno. Di fatto è “il capo” di un esercito di uomini. Ai candidati alla guida della Regione dice: “La domanda che mi pongo è se realmente conoscono il territorio così da poter garantire gli investimenti che promettono e cambiare il Paese”. Oltre all’amore per le moto confessa ad Affaritaliani.it: “Volevo fare la giornalista, da piccola mi ero innamorata di un reporter inviato in Libano che vedevo al telegiornale”

Poi ha sposato Antonello: “L’ho conosciuto a casa di un’amica e la sera dopo abbiamo iniziato a vivere insieme, è venuto a casa mia per il primo appuntamento e non se ne è più andato”. LA GALLERY

di Valentina Renzopaoli

La prima cosa che si nota entrando nel suo ufficio è un caschetto giallo da cantiere, una specie di trofeo su un tavolino di vetro. Quarantanove anni, occhi vispi e fisico longilineo, Anna Pallotta dallo scorso 18 gennaio è il nuovo Segretario Generale della Feneal Uil di Roma, il sindacato che tutela i diritti delle migliaia di lavoratori impegnati nel settore dell’edilizia, del cemento, del legno. Un esercito di operai e impiegati, praticamente tutti uomini.
Una donna alla guida degli edili, un settore che nell’immaginario collettivo appartiene ancora agli uomini. Un’eccezione che conferma la regola o un segnale importante?
“Entrambe le cose, un’eccezione perché sono segretario di una categoria che rappresenta per lo più lavoratori uomini. In edilizia di donne non ce ne sono, se non nel settore del restauro ma anche lì stanno diminuendo. Un’eccezione soprattutto perché persino nelle altre categorie della Uil dove c’è una forte componente femminile, non ci sono segretari donne. Ma è anche un segnale importante perché significa che noi donne siamo pronte ad accedere a questi ruoli, mentre sono gli uomini spesso a non essere ancora pronti a farci accedere”.
Essere donna lo considera un vantaggio oppure le crea qualche difficoltà quando deve far valere il suo ruolo?
“A dire il vero io mi sento un caso un po’ sui generis. Dal punto di vista caratteriale sono sempre stata un po’ “maschio”, ho sempre avuto la tendenza ad appassionarmi a cose maschili senza però abbandonare le mie caratteristiche femminili. Deve sapere che sono cresciuta nell’officina meccanica di mio padre, che era un artigiano, lui aggiustava macchine e camion e io, la più piccola di quattro sorelle, trascorrevo molto tempo tra i motori”.


Come ha raggiunto questo obiettivo?
“Nasco edile: la mia storia nasce in questa confederazione romana e l’obiettivo raggiunto è il risultato di una conoscenza acquisita della struttura e dei suoi meccanismi, delle persone  e dei rapporti che si sono creati. E’ il frutto della passione, del coinvolgimento e dell’esperienza. Credo che una differenza importante tra la conduzione maschile e femminile di una struttura sia rappresentata dal fatto che l’uomo ha una forma mentis più accentratrice e verticalista, mentre la donna tende a creare una struttura orizzontale con una maggiore condivisione tra i collaboratori”.
Lei è nata in provincia di Viterbo, a Grotte di Castro sulle rive del lago di Bolsena. E’ venuta a Roma per studiare.
“Sì, mi sono iscritta alla facoltà di Lettere e Filosofia ma non ho mai finito l’Università. Ho iniziato a lavorare e uno dei primi lavori è stato quello di corriere in moto. Partivo la mattina carica di pacchi e fin da quell’epoca mi sono ritrovata a lavorare in un contesto del tutto maschile”.
Ma lei un’appassionata di moto?
“Sì è stata una grande passione: la mia prima moto fu il Gilera Arcade 150 comprato a Porta Portese, l’ultima una Honda 350. Erano gli anni Ottanta e la moto era un simbolo di indipendenza”.
Nel 1991 si è iniziata ad occupare di medicina del lavoro e nel 1994 è entrata nella Feneal. Senta oggi quello dell’edilizia è il settore che maggiormente ha risentito della crisi, praticamente strozzato da un segno meno che sta mettendo in ginocchio imprese e lavoratori: qual è la ricetta per ripartire e cosa chiedete alla prossima amministrazione che dovrà governare il Lazio?
“L’edilizia è il volano anticiclico dell’economia: alla vigilia delle elezioni la politica sta mostrando diverse idee su come far ripartire il settore. Ma la domanda che mi pongo è se realmente conoscono il territorio così da poter garantire gli investimenti che promettono e cambiare il Paese. Quello che chiediamo? Procedere con i progetti già elencati nel tempo e mai messi in campo: realizzare le grande infrastrutture come il corridoio tirrenico e la Roma-Latina. Entrare nell’ottica che la manutenzione delle strade e delle scuole non deve essere straordinaria ma ordinaria. Comunicare cosa vogliono fare con le caserme e le strutture da dismettere”.
Lei è impegnata nel sindacato dal 1994: come è cambiato il ruolo del sindacato in questi vent’anni?
“Il cambiamento c’è stato e si percepisce. Nel 1994 uscivamo dalla stagione di tangentopoli, l’edilizia aveva vissuto una grave crisi, anche se molto minore di quella attuale. Il sindacato era un baluardo di difesa dei diritti. Poi il mondo del lavoro è cambiato, sono subentrati i nuovi contratti atipici e si è iniziato a verificare uno scollamento con il sindacato, perché ad essere contrattualizzati con le nuove forme sono stati i giovani ai quali è stato impedito di godere di quei diritti garantiti invece dai tradizionali contratti. Il ritardo nell’interpretare il malessere è stato anche del sindacato. Lo scollamento forse ci ha colti impreparati ad assumerci la responsabilità dei lavoratori che erano fuori dalla garanzie previste per gli altri”.
Questo scollamento si può recuperare?
“Stiamo facendo dei tentativi importanti, abbiamo iniziato a recuperare facendo un grande sforzo. I giovani cominciano a riconoscersi di nuovo nelle nostre categorie”.
Una delle tematiche che più le stanno a cuore è quella della prevenzione e della salute dei lavoratori edili: il dramma delle “morti bianche” non si è mai fermato.
“E’ un problema che rischia addirittura di allargarsi. Con il sistema della frammentazione del settore, dovuto al sistema dei subappalti, degli affidatari e dei sub affidatari, il rischio è che il fenomeno di aggravi, perché laddove c’è risparmio ad ogni costo e una mancata sensibilità alla regolarità del lavoro, figuriamoci se c’è attenzione alla sicurezza. Poi con l’ingerenza massiccia della criminalità organizzata nel nostro territorio, quello della sicurezza rischia di diventare l’ultimo dei problemi”.
Quando le arriva la notizia di un incidente mortale su un luogo di lavoro, cosa pensa?
“Che è ancora un fallimento, una sconfitta oltre ad un grande dolore perché dietro ad ogni morte ci sono famiglie, mogli, madri, figli”.
La sua prima esperienza importante è stato il cantiere per la realizzazione dell’Auditorium Parco della Musica: era il 1998 e Roma era in fermento per i lavori pre-giubilari. Che esperienza è stata?
“Fu un’esperienza bellissima, la città stava per cambiare volto, stava per indossare l’abito della festa. L’Auditorium fu una grande scommessa, un cantiere immenso che impiegò migliaia di lavoratori, romani e laziali, e fu anche un grande successo perché tutto proseguì in maniera piuttosto fluida”.
Come è cambiata da allora la città?
“Sicuramente in peggio, la città ha perso la bussola del cambiamento che stava arrivando in termini sociali: il flusso dell’immigrazione nei primi anni Duemila rappresentò un cambiamento sociale e di necessità. E una città che non riesce ad adeguarsi è una città poco attenta ai mutamenti e alle necessità dei cittadini”.
E’ vero che sarebbe voluta diventare giornalista?
“E’ verissimo, lo scrissi anche su un tema alle elementari, mi ero innamorata di un reporter inviato in Libano che vedevo al telegiornale. Cominciai a sognare di fare questo mestiere, ho sempre amato anche la scrittura, ho riempito pagine con fiumi di inchiostro, ho viaggiato tanto con la fantasia. Poi con l’adolescenza il sogno è sfumato e mi sono invece appassionata alla musica”.
Quindi lei suona qualche strumento musicale?
“Ora non più, ma quando ero più giovane suonavo la chitarra, e il basso. A dire il vero un basso elettrico “modificato” in casa. Suonavo in chiesa perché ho avuto una formazione cattolica. Formazione piuttosto ortodossa che mi ha sempre accompagnata, anche se da me abbastanza disattesa. Ma sono segni che rimangono e credo che la fede mi abbia abbia dato una forte mano nei momenti difficili”.
É sposata da dodici anni, come ha conosciuto suo marito?
“Ho conosciuto Antonello a casa di un’amica e la sera dopo abbiamo iniziato a vivere insieme, è venuto a casa mia per il primo appuntamento e non se ne è più andato. Lo so che è assurdo, quando ci ripenso mi dico che siamo stati due matti. Un anno dopo ci siamo sposati. Ed ha funzionato”.
Si sente una donna realizzata?
“Mi sento una donna realizzata perché mi sento sufficientemente soddisfatta della vita che faccio e di come riesco ad affrontare il peso di una vita che non è sempre facile. Ecco sì, più che realizzata mi sento sufficientemente robusta e temprata”.
C’è ancora un sogno nel cassetto?
“A dire il vero questa è una domanda a cui non so dare mai una risposta. Il sogno nel cassetto è quello di poter vivere in serenità e di non rimanere mai aggrappata alle cose. Quello che mi dà gioia è pensare ad una passeggiata sul lago di Bolsena, o raccogliere nei campi ciliege e fagiolini”.


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