Non è solo Bosnia-Italia: è una notte che parla ai ragazzi, ai ricordi e a un movimento che da troppo tempo aspetta di rialzarsi
“Sole sul tetto dei palazzi in costruzione/ Sole che batte sul campo di pallone/ E terra e polvere che tira vento/ E poi magari piove/ Nino cammina che sembra un uomo/ Con le scarpette di gomma dura/ Dodic’anni e il cuore pieno di paura”.
In fondo c’è già tutto lì, dentro La leva calcistica della classe ’68 di De Gregori. C’è la fragilità, c’è il sogno, c’è quel passaggio stretto tra infanzia e coraggio che nel calcio, come nella vita, separa chi resta a guardare da chi prova a diventare grande. E quel cuore oggi è pieno di paura, eccome. E quei dodici anni, stasera, valgono molto più di una partita. Valgono la possibile rinascita di un movimento che si è spento lentamente, consumato dai propri errori, dalle paure, dalle occasioni buttate e da un sistema rimasto obsoleto, spesso incapace di guardare davvero ai campi di periferia e ai ragazzi sparsi per tutto lo Stivale.
Quel Nino, in fondo, potremmo essere tutti noi. Saremo lì, stasera, a spingere questa leva calcistica degli anni Dieci del Duemila, una generazione che ha faticato a riconoscere fino in fondo il peso e la grandezza della propria storia. Per questo quell’immagine iniziale vale quasi come una preghiera. È un quadro appeso in cameretta, un promemoria. L’abbiamo fatto, lo abbiamo sempre fatto. In questa terra di sole, di spiagge, di aria aperta e di storie da raccontare, il calcio è stato vissuto per decenni con la fame e con la passione di chi non ha mai smesso di giocare in strada.
Proprio lì, forse, dove il sistema calcistico italiano ha smesso di guardare. Nei bambini pieni di sogni, nei ragazzi innamorati di un pallone, in quella base popolare che per anni è stata la vera forza del nostro calcio. E allora sì, forse stasera si gioca molto più di una semplice partita. Si gioca una rivincita. Si gioca una sfida che vale più di una qualificazione e più di una pacca sulla spalla. Si gioca la possibilità di rimettere in piedi un movimento intero. A una condizione: che sia un punto di partenza, non un punto d’arrivo.
Bosnia-Italia: l’inferno di Zenica, la Bosnia i rischi e i pericoli di una partita delicatissima
In novanta minuti, o forse in centoventi, si gioca il ritorno al Mondiale dopo dodici anni. Si gioca anche un pezzo di credibilità del calcio italiano, già segnato dalle mancate qualificazioni del 2018 e del 2022. Non è un caso che attorno a questa sfida si sia infilato anche il discorso sullo stato del movimento, con la Nazionale rimasta ultimo termometro visibile di un sistema che quest’anno non ha portato neppure un club ai quarti di Champions.
Zenica è il posto giusto per essere inferno e paradiso allo stesso tempo. Uno stadio che sembra venuto fuori da un romanzo di Osvaldo Soriano. Il Bilino Polje è stato scelto dalla federazione bosniaca per la finale playoff. Parte dello stadio sarà chiusa per la sanzione FIFA arrivata dopo la gara con la Romania, ma questo non addolcisce l’atmosfera. Anzi. Restano spalti vicini al campo, un impianto stretto, vecchio, nervoso, con i palazzi affacciati quasi sul terreno di gioco. È uno stadio dall’aria vintage, incastrato nella città. Anche la memoria del posto pesa: nello stesso stadio, nel 2009, il Portogallo vinse il playoff che portava al Mondiale sudafricano.
Il campo e il clima sono un’altra parte importante della storia. La vigilia è stata segnata da neve, pioggia e timori sul terreno di gioco, tanto che Gattuso ha scelto di far allenare la squadra a Coverciano prima della partenza. Il manto è stato descritto come pesante e non perfetto, con erba più alta del normale e uno scenario poco accogliente. Gattuso, però, ha tolto subito ogni alibi. La linea è chiara: se il campo è brutto, lo è per tutti.
La Bosnia che aspetta l’Italia non è una squadra superiore sul piano tecnico generale, ma è una squadra scomoda. È una formazione fisica, verticale, costruita spesso sul 4-4-2 e capace di trasformarsi durante la partita. Il suo calcio si regge su gioco diretto, tanti palloni dentro l’area, cross frequenti e buon rendimento nei duelli aerei. La semifinale col Galles ha confermato il copione. Bosnia bassa, partita sporca, Dzeko riferimento costante, reazione d’orgoglio nel finale e rigori vinti con freddezza. In mezzo ci sono Demirovic, la solidità di Kolašinac e Muharemovic (che conoscono benissimo il nostro calcio), il passo di Dedic e il talento ancora acerbo ma già pesante di Alajbegovic.
L’Italia, allora, deve evitare il tranello più ovvio: fare la partita senza davvero comandarla. Contro un 4-4-2 del genere il possesso lento aiuta la Bosnia, perché le permette di accorciare, sporcare le linee di passaggio e vivere di seconde palle. Servono ampiezza vera e cambi campo rapidi, ma senza riempire l’area di cross alti e prevedibili, perché lì la Bosnia è attrezzata e gradisce il contatto. Molto meglio attaccare il lato debole, entrare negli half spaces, cercare palloni bassi all’indietro e costringere i mediani bosniaci a correre all’indietro. In più l’Italia deve essere pulita sulle preventive: se perde palla male, concede subito la giocata verticale su Dzeko o la corsa esterna che riapre il campo. È questa la lettura tecnica che emerge dal modo in cui Barbarez ha costruito la sua squadra.
Qui entra in gioco anche la faccia che l’Italia vuole darsi. Gattuso ha spiegato di preferire una squadra meno bella ma più solida, meno fragile, più pronta a soffrire. È un messaggio che pesa più del solito, perché la serata lo impone. A Zenica non basterà sentirsi favoriti. Servirà una Nazionale capace di reggere il rumore, di non innervosirsi se la partita si spezza, di non scambiare l’urgenza per frenesia. Una qualificazione non risolverebbe da sola i problemi del calcio italiano, ma restituirebbe aria. Un’altra caduta, invece, diventerebbe l’immagine definitiva di un declino che va avanti da troppo tempo.
Ricominciamo a riprenderci i nostri spazi. Ricominciamo a ritrovare lo stimolo nei ricordi, a crescere collettivamente, a restituirci quella fiducia che negli anni si è sfilacciata. Dodici anni, forse, sono davvero troppi. Ma ci sono momenti in cui fermarsi, perdersi e inciampare serve, purché si abbia ancora la forza di ritrovarsi.
Stasera vale un ricordo, vale un’emozione, vale una rinascita. Stasera “l’Italia chiamò”. E stavolta qualcuno deve rispondere.

