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Figc, e se dopo Gravina servisse un profilo di rottura? Paolo Maldini… quel nome per ripartire

Elezioni il 22 giugno, candidature entro il 13 maggio. Tra pesi interni e pressing politico prende quota anche l’idea della rottura

Figc, e se dopo Gravina servisse un profilo di rottura? Paolo Maldini… quel nome per ripartire
Paolo Maldini

Il favorito oggi è Malagò, Abete ha in mano la rete dei dilettanti

La corsa alla successione di Gabriele Gravina si è aperta ufficialmente. Dimissioni annunciate nella sede FIGC di Roma e con l’assemblea elettiva già fissata per il 22 giugno. Il calendario è partito, la resa dei conti pure. Per il calcio italiano è una staffetta non banale, soprattutto perchè arriva dopo il terzo Mondiale consecutivo fallito e in un clima da rifondazione che coinvolge governance, rapporti politici e modello sportivo.

Ad oggi il baricentro della partita resta su due nomi. Giovanni Malagò parte forte perché è il profilo che piace di più ai club di Serie A, decisi a contare di più nel nuovo assetto federale. Giancarlo Abete ha invece dalla sua una rete consolidata e il peso della Lega Nazionale Dilettanti, che secondo le ricostruzioni di queste ore muove una quota decisiva del consenso. Sullo sfondo c’è Matteo Marani, apprezzato per il lavoro in Serie C e per un profilo più istituzionale, mentre Demetrio Albertini resta la candidatura più vicina all’Assocalciatori.

Malagò, però, non ha la strada sgombra. I retroscena raccontano di un rapporto non semplice con il ministro per lo Sport Andrea Abodi, che in queste ore ha insistito sulla necessità di una figura “di campo” e di una rottura più netta con il ciclo appena finito. È qui che il nome di Paolo Maldini continua a tornare, anche se per ora più come ipotesi forte che come candidatura già organizzata.

Ma se si pensasse a Maldini come profilo di rottura?

Tra i nomi evocati, Maldini è quello che più assomiglia a una vera discontinuità. È successo nella storia del calcio che la rottura fosse la strada giusta (certo più tortuosa) della continuità. Vedere l’inizio dell’era Guardiola al Barcellona per credere. Non per ragioni decorative, non perché il suo cognome basterebbe da solo a dare lustro alla Federazione. Maldini è una delle rarissime figure del calcio italiano capace di tenere insieme autorevolezza, competenza, immagine e senso della misura. In un mondo che spesso ha premiato il rumore, lui continua a rappresentare il contrario: eleganza, credibilità, postura istituzionale.

Ridurre Maldini alla sua carriera in campo sarebbe quasi un errore. Certo, il curriculum da solo impressiona: 902 partite ufficiali e 26 trofei con il Milan, con 5 Coppe dei Campioni/Champions League e 7 scudetti, numeri che lo collocano in una dimensione quasi onirica. L’Olimpo del calcio. Ma non è soltanto questo. Maldini è stato capitano, bandiera, uomo-spogliatoio e poi dirigente.

Ha già attraversato il passaggio più difficile, quello dal campo alla stanza dei bottoni. E lo ha fatto senza mai vivere di rendita sul proprio nome. Quando nel giugno 2019 il Milan lo ha promosso a direttore tecnico, gli ha affidato la guida del piano di sviluppo dell’area sportiva. Attorno a lui prese forma, grazie alla sua capacità di scegliere, una struttura dirigenziale con Zvonimir Boban e poi Frederic Massara, cioè un gruppo di lavoro pensato per ricostruire identità, competenza e visione. Da lì, è nato il percorso che ha riportato il Milan in Champions League e poi allo scudetto 2021/22. È anche da qui che l’idea-Maldini non va buttata, anzi. Non solo un simbolo, ma uno che sa scegliere gli uomini, dare una linea e reggere il peso delle decisioni.
E poi, quando la sua esperienza al Milan si è chiusa, sullo sfondo c’era una diversa idea di club e di calcio. Maldini non ha mai dato l’impressione di volersi piegare a una visione del calcio-azienda, in cui equilibrio economico e sostenibilità finissero per contare più dell’ambizione sportiva, della vittoria e perfino della gioia del campo.

Per questo, dentro un sistema che cerca autorevolezza ma anche una faccia nuova, Maldini è probabilmente il profilo più interessante tra quelli non ancora schierati nella filiera dei voti. Oggi non è il favorito, questo va detto. I rapporti, i blocchi elettorali e il peso delle componenti portano ancora verso Malagò e Abete, con Marani più sullo sfondo. Ma se la Figc volesse davvero dare un segnale di una svolta, il suo nome resterebbe uno dei pochi capaci di tenere insieme competenze, forza simbolica e rifondazione. E sotto questo profilo l’ex capitano della Nazionale, diciamolo, ha pochi rivali: parla al calcio senza urlare, conosce il potere ma non ne ha mai dato un’idea opportunistica, porta con sé una cultura del lavoro e dei valori che in Figc, dopo anni così pesanti, avrebbe anche un significato politico oltre che sportivo.

Non a caso, nelle ultime ore attorno al suo nome si è acceso qualcosa che va oltre il semplice toto-poltrona. C’è chi lo immagina sempre più concretamente come uomo giusto per ridare alla Figc non solo prestigio, ma stile, credibilità e una linea chiara. A una condizione però: carta bianca totale, perché Maldini conosce il calcio in ogni sua sfumatura, dalle giovanili alla prima squadra, dalla gestione tecnica a quella umana. Perché non possiamo più permetterci l’incertezza e la poca chiarezza.
Ha giocato quattro Mondiali e tre Europei senza riuscire a vincere con l’Italia, lui che della Nazionale ha sempre incarnato il senso più alto. Per questo sarebbe bellissimo chiudere il cerchio: non una candidatura d’immagine, ma la possibilità di affidare il giorno zero della ricostruzione a una figura che unisce valori, competenza, sobrietà e capacità di scegliere le persone giuste da avere accanto. In questo senso, più che una suggestione, Maldini incarnerebbe la massima idea di progetto. Quella parola dimenticata dal calcio italiano.

E molti stanno già gridando il suo nome, perché in fondo per ricostruire hai la necessità di rompere. E il punto di rottura, di ripartenza e di progettualità potrebbe avere un nome e un cognome: Paolo Maldini.

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