C’è un momento in cui le parole finiscono e resta solo la realtà. Cruda, impietosa. L’Italia è fuori dal Mondiale per la terza volta consecutiva. Non era mai successo. E non può essere derubricato a episodio, a sfortuna, a coincidenza. È il punto di arrivo di un declino lungo, evidente, ignorato.
Qui non serve l’analisi tattica, non serve il dettaglio della partita. Serve una presa di coscienza. E soprattutto serve un gesto che in Italia sembra sempre impossibile: assumersi la responsabilità.
Devono dimettersi tutti. A partire da Gabriele Gravina, fino a chiunque abbia avuto un ruolo in questo disastro. Anche Gennaro Gattuso, perché accettare la guida tecnica senza riuscire a incidere significa essere parte del problema. Non ci sono alibi, non ci sono attenuanti. Quando manchi tre Mondiali di fila, non sei sfortunato. Sei inadeguato.
Il calcio italiano oggi è un sistema che si regge su equilibri fragili, su interessi di corto respiro, su una totale assenza di visione. È un sistema che non costruisce più talento, che non investe davvero sui giovani, che preferisce soluzioni immediate e mediocri alla crescita strutturale. E quando arriva il momento della verità, il conto si presenta.
Per anni ci siamo raccontati una favola. Quella di essere ancora una grande potenza del calcio mondiale. Quella di poter competere sempre, comunque, per storia, per tradizione, per DNA. Ma il calcio non è memoria. È presente, è lavoro, è organizzazione. E su questo siamo indietro.
La verità è che l’Europeo del 2021 ha fatto più danni di quanto si voglia ammettere. È stato un successo straordinario, ma anche un anestetico. Ha coperto le crepe, ha rinviato le decisioni, ha dato l’illusione che tutto fosse tornato a posto. Non lo era. Non lo è mai stato.
Da allora non è cambiato nulla. Nessuna riforma seria, nessuna rivoluzione nei settori giovanili, nessuna strategia per riportare gli italiani al centro del sistema. Solo gestione, solo sopravvivenza.
E così oggi ci ritroviamo qui. Fuori. Ancora.
Non è solo una sconfitta sportiva. È un fallimento culturale, industriale, dirigenziale. È la dimostrazione che il calcio italiano non è più in grado di stare al passo con gli altri, non per mancanza di risorse ma per mancanza di idee.
Adesso non basta ripartire. Non basta promettere cambiamenti. Serve azzerare. Serve che chi ha guidato questo sistema abbia la dignità di fare un passo indietro. Tutti, senza eccezioni.
Perché il problema non è perdere. Il problema è non esserci più. E continuare a far finta che sia solo un momento difficile significa preparare il quarto fallimento.
E per una volta la speranza è che si inizi a pronunciare, a tutti i livelli, una sola parola: vergogna. Quella sensazione di bruciore, di inadeguatezza. Siamo piccoli così, e ne il fondo è un piano inclinato.

