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Italia, la scelta del nuovo ct apre un bivio: ripartire o cambiare davvero? Il futuro non abita più nel passato: Pep Guardiola è più di una provocazione

Dopo l’ennesimo flop azzurro, la scelta del ct può segnare un bivio: restaurazione tecnica o svolta culturale. Guardiola è la provocazione

Italia, la scelta del nuovo ct apre un bivio: ripartire o cambiare davvero? Il futuro non abita più nel passato: Pep Guardiola è più di una provocazione
Pep Guardiola (Foto Ipa)

L’Italia e il nuovo Ct: perché c’è bisogno di cambiare davvero

Le dimissioni di Gennaro Gattuso aprono una crepa molto profonda. L’Italia è fuori dal Mondiale per la terza volta di fila, dopo il ko ai rigori con la Bosnia. Gli azzurri non giocano una Coppa del Mondo dal 2014 e, a questo punto, il vuoto arriverà almeno fino al 2030. Sedici anni. Nel frattempo si sono fatti da parte anche Gabriele Gravina e Gianluigi Buffon. Quando saltano ct, presidente federale e capo delegazione, non sei davanti a una normale successione. Sei davanti al fallimento di un sistema.

Per questo la scelta che sta arrivando non deve essere letta con la logica di sempre. Allegri e Conte sono i primi nomi indicati tra i possibili successori. Sarebbe assurdo fingere che non siano profili di peso. Hanno vinto, hanno personalità, sanno stare sotto pressione. Uno conosce il calcio italiano come pochi, l’altro ha già guidato la Nazionale e sa cosa significa lavorare con poco tempo e tantissima esposizione. Il problema, però, non è stabilire se siano bravi. Lo sono. Il problema è capire se rappresentano davvero la cura oppure soltanto una versione più autorevole della stessa lingua calcistica che l’Italia continua a parlare da anni.

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Il calcio italiano continua a proteggersi più di quanto non provi a imporsi. Sia nel modo di stare in campo, sia nel modo di intendere il calcio. Il famosissimo catenaccio e contropiede all’italiana: “anni di fatica e botte e vinci caso mai i mondiali” come direbbe qualcuno.

Non è una questione di nostalgia per il catenaccio, sarebbe troppo facile metterla così. È una questione di postura. Troppo spesso ci sistemiamo in strutture che nascono come 3-5-2 e finiscono per diventare 5-3-2. Ci abbassiamo, stringiamo, aspettiamo, speriamo di restare vivi abbastanza a lungo da trovare una ripartenza o un episodio. Non c’è nulla di sbagliato nel difendere bene. C’è molto di sbagliato nel pensare che il futuro si costruisca soltanto resistendo. Anche per un popolo che di resistenza se ne intende. Il calcio moderno ti chiede altro. Ti chiede giocatori che sappiano ricevere sotto pressione, uscire dal pressing, puntare l’uomo, occupare bene l’ampiezza, tenere il pallone senza farne un oggetto ornamentale. Ti chiede coraggio tecnico oltre che estasiante valore tattico.

Provochiamo? Provochiamo. Josep Guardiola i Sala al secolo Pep Guardiola. Non perché sia facile. Proprio perché è quasi impossibile. Pep ha rinnovato con il Manchester City fino al 2027. Oggi ha evitato di sbilanciarsi sul suo futuro e ESPN ha raccontato che la posizione ufficiale del club è di aspettarsi la sua permanenza, pur con la consapevolezza che un addio in estate non sorprenderebbe del tutto. Poi ci sarebbero tutte quelle faccende non secondarie tipo il nodo ingaggio, la volontà ecc ecc. Basta questo per capire che non stiamo parlando di una pista pronta. Stiamo parlando di un nome che serve a spostare il dibattito. A costringere tutti a scegliere da che parte stare.

Guardiola non è una figurina da appiccicare su un album. È l’allenatore che più di tutti, in questo secolo, ha imposto un’idea. Il City sotto di lui ha già vinto sei Premier League, due FA Cup e cinque League Cup, oltre alla Champions del 2023. Prima ancora c’erano stati il Barcellona delle due Champions e il Bayern dei campionati dominati. Non serve sommare le coppe per capire il profilo. Serve cogliere la continuità del pensiero. Ovunque è andato, Guardiola ha lasciato una grammatica riconoscibile, una semantica che alle volte è riuscita anche a superare l’imposizione del risultato. Il suo calcio non è solo vincente. È stato a tratti contagioso. Cambia chi lo pratica e spesso anche chi prova a contrastarlo.

L’obiezione classica è sempre la stessa. La Nazionale italiana non può avere un commissario tecnico straniero. Davvero? L’Inghilterra ha affidato la sua panchina a Thomas Tuchel. Il Brasile ha scelto, guarda un pò: Carlo Ancelotti. Gli Stati Uniti hanno puntato su Mauricio Pochettino. Il Belgio è andato su Rudi Garcia. Nazionali forti, ambiziose o comunque centrali nel panorama internazionale hanno già accettato una verità elementare: il passaporto dell’allenatore conta meno della direzione che vuoi dare al progetto. Il tabù, ormai, sopravvive soprattutto dove c’è paura di rompere un’abitudine.

L’Italia, oggi, quella paura non può più permettersela. Sono dodici anni che non si presenta a un Mondiale e diventeranno sedici. In mezzo c’è stato l’Europeo vinto da Mancini, che resta un’impresa enorme e non va cancellata, ma diciamocelo: viste le circostanze, anche un pò… fortunosa, ecco. Ma proprio quel trionfo, col passare del tempo, è sembrato più un picco straordinario che l’inizio di una ricostruzione solida. Il Mondiale continua a restare il termometro più crudele. Lì non ci siamo. E se non ci sei tre volte di fila, vuol dire che non basta aggiungere un leader carismatico e ripartire. Devi mettere in discussione il modo in cui formi i giocatori, il modo in cui li alleni, il modo in cui immagini la partita.

Guardiola, allora, diventa quasi un test psicologico prima che una candidatura. Ti costringe a rispondere a una domanda scomoda. L’Italia vuole tornare al Mondiale o vuole tornare a essere un laboratorio di calcio e finalmente lavorare a un progetto? Sono due cose diverse. Tornarci può riuscirci anche un grande gestore, uno che rimette ordine, ridà gerarchie, semplifica. Tornare a incidere, invece, richiede un’altra ambizione. Richiede un’idea che non si limiti a metterci in sicurezza. Richiede un ct che non pensi prima a non prenderle e poi, semmai, a giocare. Richiede un calcio che non si senta minacciato dal possesso, dalla qualità tecnica, dall’uno contro uno, dalla ricerca sistematica della superiorità.

Se Guardiola è troppo lontano, allora il ragionamento non cade. Si sposta. Roberto De Zerbi? È la versione italiana più vicina a questa rottura. Un tecnico che pensa il pallone come lo strumento per attaccare e per difendere. Uno che considera l’uscita dal basso un atto di coraggio e non un vezzo estetico. Fàbregas? Per età, sensibilità e visione, può stare dentro una riflessione del genere, se l’obiettivo è alzare il livello del pensiero e non semplicemente scegliere il curriculum più rassicurante.

Se per la presidenza federale si immagina un nome di rottura come Maldini, allora non si capisce perché la panchina debba restare l’ultimo santuario dell’abitudine. Dopo avere toccato il fondo, osare non sarebbe un lusso. Sarebbe la conseguenza logica del disastro. Continuare a scegliere soltanto dentro il recinto di ciò che ci somiglia di più è il modo migliore per restare dove siamo.

La Nazionale non ha bisogno per forza di un ct italiano. Ha bisogno di un ct contemporaneo. Se poi quel ct fosse Guardiola, tanto meglio. Anche soltanto scriverlo, oggi, serve a stanare una domanda che il calcio italiano rinvia da troppo tempo. Vogliamo davvero cambiare, oppure ci basta cambiare nome?

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