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Italia, ormai l’abisso è normalità: non c’è due senza tre. Siamo fuori dal Mondiale, lasciati soli da un calcio che non costruisce più

A Zenica gli azzurri crollano ai rigori dopo l’illusione di Kean e il rosso a Bastoni. Ma questa volta la sconfitta è solo l’ultima faccia di un fallimento più profondo

Italia, ormai l’abisso è normalità: non c’è due senza tre. Siamo fuori dal Mondiale, lasciati soli da un calcio che non costruisce più
La delusione azzurra (Foto Ipa)

La Bosnia non ha rubato nulla: 30 tiri a 9, più coraggio e un’Italia piegata prima nella testa che nelle gambe

Non è più una ferita eccezionale. È una condizione sistemica. A Zenica l’Italia è uscita dal Mondiale per la terza volta consecutiva, piegata dalla Bosnia ai rigori dopo l’1-1 dei 120 minuti. Kean aveva acceso l’illusione, Bastoni l’ha complicata con il rosso, Tabakovic ha sprigionato la paura, Pio Esposito e Cristante l’hanno consegnata dal dischetto. L’ultima fase finale giocata dagli azzurri resta quella del 2014. Dodici anni fa. Un tempo infinito per una nazionale che ha vinto quattro Coppe del Mondo e che oggi si scopre fuori dalla storia prima ancora che dal torneo calcistico più importante.

Diciamolo: la Bosnia non ha rubato nulla. Anzi. Le statistiche recitano 30 tiri a 9. La Bosnia ha meritato. Il rosso di Bastoni pesa tantissimo, ma non è il vero motivo della disfatta. È stato l’episodio che ha aperto la crepa. Dentro quella crepa, però, c’era già tutto: paura, poche alternative, poco controllo, poca qualità negli ultimi metri.

Si può parlare di convocazioni? Sì, certo. Si poteva fare di più. Si può discutere delle scelte, dei nomi, di chi è rimasto fuori e di chi invece è stato portato comunque. Ma il problema è che la classe media dirigenziale si riflette sui calciatori. E quando succede, il livello si abbassa ovunque. Se il tuo miglior difensore arriva a una partita così con la testa scarica, dopo un anno complicato e dopo due mesi di critiche per l’episodio di Inter – Juventus, allora c’è stata anche una mancanza di leadership e di coraggio nel lasciare quel ragazzo – perché di questo si parla- fuori da una partita così importante. Senza demonizzarlo, però, va detto: quello di Bastoni è stato un errore di testa non banale per chi deve giocare una sfida del genere. E allora capisci che il problema non nasce al 44’. Nasce molto prima. Perché quell’errore non solo ti lascia in dieci, ma ti costringe a correre di più, a sporcare tutto, a cambiare la partita e a giocarla con la paura invece che con il coraggio.

Il nostro giocatore più forte è il portiere. E già questo dice molto. Se quello che ti tiene in piedi e ti salva la faccia è il portiere, vuol dire che davanti produci poco, crei poco, sposti poco. E poi c’è il miglior assistman del campionato, Federico Dimarco, uno dei migliori terzini della Serie A. Perché in Nazionale rende così poco? Una domanda bisogna farsela senza girarci attorno. Non per scaricare tutto sui singoli, sarebbe inutile e sbagliato. Ma per capire perché un giocatore che nel club incide, rifinisce, accompagna, produce, con l’Italia si sgonfia, si abbassa, perde peso. E allora torniamo sempre lì: il contesto. Il sistema. La qualità che manca intorno. La poca libertà. La poca fiducia. Il poco coraggio.

Tre Mondiali saltati non sono una fatalità: qui finisce la serata di Zenica e comincia il conto del fallimento

Qui finisce la partita e cominciano il processo, l’analisi, le considerazioni. Perché tre Mondiali saltati di fila non sono una coincidenza. L’Italia conta quasi 60 milioni di abitanti. La Bosnia poco più di tre. Il punto non è umiliare chi ha vinto, ma smontare ogni alibi. Se un Paese con questa popolazione, con il calcio come sport nazionale e con una tradizione enorme, resta fuori per tre edizioni consecutive, il problema non è una serata storta. Ma un progetto fallimentare.

È un movimento malato. E il problema è che aveva già fallito prima di queste qualificazioni. Siamo usciti contro Svezia, Macedonia e Bosnia. Nei gironi che ci hanno costretto a giocare i playoff, ci siamo fatti sorprendere da Svizzera e Norvegia. Senza nulla togliere a nessuno, anzi. Altri Paesi hanno incentivato lo sport, lo hanno preso sul serio, lo hanno trattato come una questione di crescita, non di slogan. Noi invece siamo rimasti lì, a vivere di rendita, di raccomandazioni, di scorciatoie, di fretta, di appalti, di soldi, risultatisti prima che appassionati. Dovevamo avere pazienza e invece abbiamo avuto ansia. Ora la gente non ce l’ha più, la pazienza.

C’è chi dice che andare al Mondiale non avrebbe significato nulla. Forse in parte è vero sulla questione del movimento, perché un’eventuale qualificazione non avrebbe cancellato il problema. Ma siamo seri. Andare al Mondiale significa sempre qualcosa. Non prendiamoci in giro e non nascondiamoci dicendo ciò che non vogliamo. Significa esserci. Significa restare dentro il calcio che conta. Significa soldi, immagine, credibilità, desiderio, bambini che si innamorano ancora e ancora. Dire che non avrebbe cambiato nulla è un modo comodo per continuare a guardare il dito e ignorare la luna.

Il calcio, da noi, non lo gioca più nessuno come prima. O meglio, non è più lo sport del popolo come lo è sempre stato. Ormai si gioca a tennis, si nuota, si guarda la Formula 1, e non c’è nulla da togliere a questi sport. Ma c’è una differenza enorme fra sport individuali e sport collettivi. Il tennis è anche uno sport costoso, la Formula 1 ancora di più. Il calcio è accessibile a tutti. Ti bastava un pallone, un cortile, due zaini a fare da porta. Ed è popolare non solo per una ragione economica, ma perché ti fa crescere nel collettivo. Ti insegna a stare in un gruppo, a condividere, a perdere insieme, a rialzarti insieme. Se il calcio smette di essere questo, perde un pezzo della sua anima.

Nelle scuole calcio si insegna a buttarsi a terra, a buttare la palla lunga, a perdere tempo. Quasi mai a puntare l’uomo. Ed è uno dei guasti più profondi. Il calcio moderno premia chi crea superiorità, chi ha coraggio, chi salta l’avversario, chi inventa. Oggi vince chi fa più gol, non chi ne prende meno. Noi siamo rimasti indietro anche su questo, aggrappati all’idea che il made in Italy debba essere per forza “catenaccio e contropiede”. Per anni ci siamo raccontati che bastasse essere rigidi, compatti, solidi. Non basta più. Oggi servono qualità, fantasia, lettura, uno contro uno, ritmo, tecnica. Servono giocatori che portano qualcosa di diverso. Serve programmazione.

Negli altri Stati, nei settori giovanili, non si guarda soltanto la classifica. Si guarda la prospettiva di crescita dei giovani. In Norvegia la chiamano “utvikling” che significa “sviluppo”. È una parola semplice ma profonda. Significa che il ragazzo viene prima del risultato. Significa che contano la progressione, la formazione, la prospettiva. Da noi troppo spesso conta il torneo del weekend, la partita vinta 1-0, la furbizia insegnata prima del gesto tecnico. Ma così si perde tutto. Il talento, la leggerezza, la gioia.

Poi c’è il riflesso del campionato, che non può essere tenuto fuori da questo discorso. La Serie A da anni convive con perdite di tempo, proteste continue, partite spezzate, arbitri mediocri, un clima spesso isterico. Si gioca poco e si discute troppo. Si protesta per ogni fallo laterale, si alzano le braccia a ogni contrasto, si circonda l’arbitro come se quello fosse il centro della partita. Non è un dettaglio. È cultura. Ed è una cultura che contamina anche i ragazzi. Se il nostro calcio ai massimi livelli è questo, non stupiamoci se dal basso si imita lo stesso copione: meno gioco, meno coraggio, meno responsabilità, più alibi.

Si dice che il benessere di uno Stato si vede anche (e soprattutto?!) dallo sport e dai suoi valori. Perché lo sport misura anche la capacità di un Paese di educare, organizzare, investire, includere, programmare. E l’Italia, sul calcio, da anni dà l’impressione opposta. I campi in certe zone non sono adeguati, i ragazzi non sono seguiti come dovrebbero, non si incentiva il valore dello sport, non si danno obiettivi veri, non si costruisce una cultura di lungo periodo. Non è un caso se il nostro campionato è indietro anni luce. Non è un caso se nelle prime classificate non esiste quasi più un attaccante italiano che sposti davvero gli equilibri, un numero 10 azzurro che faccia sognare, un giocatore italiano davvero centrale nella dinamica e nella del gioco. Non è un caso nulla.

Questo, se ce ne fosse ancora bisogno, è il fallimento più grande. Più grande perfino del 2014, che almeno era stato seguito dalla lacrima di gioia dell’Europeo. Stavolta non c’è neanche una coperta emotiva sotto cui nascondersi. Resta solo un vuoto enorme, e la sensazione che l’abisso sia diventato normalità.

La verità è che ci siamo ritrovati in questa dimensione e stolti noi a pensare che non la meritiamo. Forse adesso l’abbiamo capito. Forse no. Ma prima di pensare a vincere, a essere rigidi, a essere solidi, dovremmo pensare a far divertire i ragazzini. A rimettere la gioia al centro. A insegnare di nuovo il dribbling, l’idea, il coraggio, il gesto libero. Forse nel 2030 qualcuno con la gioia negli occhi, uno che salta l’uomo e porta qualcosa di diverso, ci sarà. Ma bisogna volerlo davvero. E bisogna cominciare subito a tutti i costi, seriamente e dal basso.

Perché il dramma non è soltanto essere usciti. Il dramma è essersi abituati all’idea che possa succedere ancora. E infatti è successo di nuovo.

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