Dal Pescara all’Under 21 in corsa per l’Europeo fino al timone della Nazionale maggiore: merito, cuore e identità nel “metodo Baldini”
Silvio Baldini sarà il ct dell’Italia nelle due amichevoli di giugno contro Lussemburgo e Grecia. La FIGC, in attesa del nuovo presidente federale e poi della scelta del nuovo commissario tecnico, ha deciso di affidare la Nazionale maggiore all’attuale allenatore dell’Under 21. È una soluzione ponte, certo, ma anche una scelta che racconta il momento azzurro e che forse non è poi così sbagliata: per uscire dal vuoto si prende un uomo di campo, uno che arriva dalle categorie, che non ha il profilo del manager levigato e che in questi mesi ha già rimesso i giovani al centro del discorso.
La prima mossa di Baldini potrebbe essere proprio questa: usare giugno per alzare il volume sui ragazzi dell’Under 21. L’idea è quella di risparmiare molti azzurri scarichi di fine stagione e promuovere in blocco una parte del suo gruppo, con Palestra e Pio Esposito in prima fila e con altri nomi come Carnesecchi, Scalvini e Coppola tra i possibili innesti. Attorno a loro c’è già una base che Baldini conosce bene: Pisilli, Ndour, Lipani, Bartesaghi, Venturino, Ahanor, Pafundi, Koleosho. Nei mesi scorsi ha portato dentro anche prime chiamate come Daffara, Mannini e Cacciamani, mentre a ottobre aveva aperto pure a Camarda. Non è detto che li chiami tutti, ma il senso della sua gestione sembra chiaro: giugno può diventare un laboratorio più che una semplice parentesi.
Chi è, allora, Silvio Baldini? È un allenatore che si è costruito fuori dalle scorciatoie. La FIGC lo ha presentato a luglio 2025 come il tecnico giusto per far crescere l’Under 21 verso l’Europeo 2027 e, soprattutto, verso l’obiettivo olimpico di Los Angeles 2028. Nato a Massa nel 1958, toscano fino al midollo, Baldini si è costruito una carriera lunga più di trent’anni senza scorciatoie, senza protezioni e senza quell’aria da professionista pettinato che spesso accompagna il calcio di oggi. Ha iniziato dal basso, dalla provincia vera, dalla gavetta dura, e ci è rimasto dentro anche quando avrebbe potuto provare a trasformarsi in altro. Invece no: è sempre rimasto Baldini, con i suoi slanci, le sue intemperanze, il suo senso quasi viscerale del campo e dello spogliatoio.
Ha allenato tanto e ovunque, salendo e ricominciando, passando dalla C alla A, da piazze piccole a club più esposti, con una traiettoria fatta di lavoro, cadute, ritorni e risalite. Massese, Empoli, Palermo, Parma, Lecce, Catania, Brescia, Vicenza, Perugia, Carrarese, Pescara: più che un curriculum, una mappa di calcio italiano. E dentro questa mappa c’è un’idea molto precisa di sport, che lui negli anni non ha mai annacquato. Per Baldini il calcio non è mai stato solo mestiere, né solo risultato. È appartenenza, responsabilità, carattere. È per questo che persone come lui, oggi, nel pallone se ne vedono poche: perché non assomiglia quasi a nessuno, non cerca di piacere a tutti e non parla per formule.
Con l’Under 21 sta ottenendo risultati concreti. A marzo l’Italia era seconda nel Gruppo E delle qualificazioni all’Europeo 2027, a tre punti dalla Polonia. In quella finestra gli azzurrini hanno battuto 4-0 la Macedonia del Nord e poi 4-0 la Svezia, restando pienamente in corsa. Già nei primi mesi del nuovo ciclo erano arrivate quattro vittorie nelle prime quattro gare del girone. La sua Under 21, al netto del ko nello scontro diretto con la Polonia, ha dato segnali netti: intensità, identità, valorizzazione del talento e parecchi gol. Non è ancora un traguardo, ma è una squadra che ha ripreso una linea precisa.
Per parlare di uomini come Silvio Baldini non basta il solo curriculum. Si racconta con il carattere. La Gazzetta ha rimesso in fila alcuni dei suoi episodi più discussi: dalle famose 67 bestemmie messe a referto quando allenava l’Empoli, con il suo commento successivo “Non ricordo di averlo fatto”, fino al calcio nel sedere rifilato a Mimmo Di Carlo ai tempi di Parma-Catania. Su quel gesto, anni dopo, Baldini ha ammesso che da quel momento non riuscì più a trasmettere alle sue squadre quello che voleva. Sono scene che hanno contribuito a costruirne l’immagine di tecnico imprevedibile, ruvido, spesso eccessivo.
Ma sarebbe riduttivo fermarsi alle “marachelle”. Il lato più profondo del personaggio sta altrove. Baldini è uno di quegli uomini di calcio che sembrano arrivare da un’altra epoca, quando contavano ancora il legame con una piazza, la parola data, il senso dello spogliatoio. Nel 2019 spiegò di aver scelto di allenare la Carrarese gratis pur di essere libero, senza dover dipendere da dirigenti che giudicava inadatti. In quell’intervista parlava di calcio come identità e non come soldi. E anche nei passaggi più belli del suo racconto, come quando ha ripensato al percorso fatto per arrivare fino a Palermo e oltre, è emersa sempre la stessa idea: il calcio come passione, non come posa. Nel 2025, al Pescara, diceva di “odiare i compromessi” e di accettare solo chi gli voleva bene. Può sembrare ruvido, e spesso lo è. Ma sotto quella scorza c’è un uomo di sport che vive il pallone in modo totale, sentimentale, quasi antico.
Anche per questo il suo linguaggio resta diverso da quello standardizzato di tanti colleghi. Il cuore al centro del progetto. Alla prima conferenza da ct dell’Under 21 disse che la chiamata azzurra “alla mia età” non se l’aspettava e aggiunse che l’inno lo avrebbe cantato “col cuore”, perché dentro ci vede “la storia che passa”. Pochi mesi dopo spiegava che “i calciatori sono come artisti” . A marzo, dopo il 4-0 alla Svezia, ha riassunto tutto in una frase che gli somiglia parecchio: “Il calcio premia chi ci mette il cuore”.
Quando racconta il suo percorso, soprattutto nei momenti più sinceri, viene fuori il lato forse più forte del personaggio: quello di un romantico del calcio. Uno che ha sempre dato la sensazione di scegliere più con il cuore che con il calcolo. Anche per questo in tante piazze è stato discusso, a volte divisivo, ma quasi sempre rispettato. E spesso anche amato. Perché al netto degli eccessi, delle sfuriate e delle uscite sopra le righe, Baldini trasmette una cosa che nel calcio si è un po’ persa: autenticità. Non recita il ruolo dell’allenatore, lo vive. E chi ha avuto a che fare con lui, nel bene o nel male, questo lo riconosce quasi sempre.
È qui che Baldini diventa interessante anche per la Nazionale maggiore, pur se solo da traghettatore. Non arriva per rifondare tutto in due partite. Arriva però con un’idea chiara: rimettere la maglia, il gruppo e il merito davanti al resto. Nel giugno azzurro potrebbe vedersi meno diplomazia e più spigoli, meno gestione e più messaggio. E, nel caos di questa transizione, forse è proprio questo il motivo per cui la FIGC ha scelto lui.

