Tennis, la rivolta dei milionari: i big minacciano gli Slam, ma la partita è sui ricavi
I campioni del tennis guadagnano milioni, tra premi, sponsor e contratti personali. Eppure a Roma, durante gli Internazionali d’Italia, il tema che corre nello spogliatoio non è il campo. È la distribuzione dei soldi negli Slam.
Il caso è esploso dopo l’annuncio del Roland Garros 2026. Lo Slam francese ha alzato il montepremi del 9,5%, portandolo a 61,7 milioni di euro. I vincitori dei tornei di singolare incasseranno 2,8 milioni. Cifre enormi, almeno viste da fuori. Per i giocatori, però, non basta.
Per farla breve: gli Slam dicono: “Abbiamo aumentato il montepremi”. I giocatori rispondono: “Non basta. Se i vostri ricavi salgono molto di più, la nostra quota resta troppo bassa. Noi siamo il prodotto principale, vogliamo una percentuale fissa e più tutele”.
La minaccia di boicottaggio parte da Sabalenka. Paolini conferma il malumore
La parola più pesante l’ha pronunciata Aryna Sabalenka. La numero uno del mondo si è seduta in conferenza stampa e ha detto: “Meritiamo una percentuale di guadagno maggiore: gli attori protagonisti dello show siamo noi. Se continuano a non ascoltarci, siamo pronti a boicottare i tornei”.
Una frase che sposta la protesta dal mugugno al terreno dello scontro aperto. Sabalenka ha poi ribadito il concetto: “Lo spettacolo dipende da noi, senza di noi non ci sarebbero i tornei e non ci sarebbe questo tipo intrattenimento. Meritiamo assolutamente una percentuale di guadagno maggiore. Spero davvero che tutte le trattative in corso ci portino, prima o poi, alla decisione giusta e a una conclusione che soddisfi tutti”.
Jasmine Paolini non ha spento la polemica. La campionessa in carica agli Internazionali ha confermato che la questione è molto presente tra i giocatori: “È un tema di cui in spogliatoio si parla parecchio, che sta girando molto tra noi atleti. Vogliamo una distribuzione degli introiti più giusta, vogliamo i fondi per la pensione e la maternità. I tornei alzano i prize money ma non la percentuale con cui ci fanno partecipare agli incassi. Sì, se siamo tutti uniti, e uomini e donne lo sono, il boicottaggio è una strada da percorrere. Stiamo facendo questo affinché ci sia una predisposizione migliore verso i giocatori per quanto riguarda le tutele, la questione delle pensioni, quella della maternità e tante altre cose che gli Slam non stanno facendo, a differenza dei tornei dei circuiti Atp e Wta. Gli Slam stanno alzando il prize money, ma non in percentuale a quanto stanno guadagnando”.
Sì, il tema delle tutele resta sacrosanto (lo affrontiamo nel paragrafo successivo): pensioni, maternità, welfare e una distribuzione più trasparente dei ricavi sono questioni reali, soprattutto per chi vive fuori dalla primissima fascia del ranking. Però la protesta nasce comunque da un paradosso difficile da ignorare. A guidarla sono anche atleti che guadagnano già milioni tra montepremi, sponsor e contratti personali. E allora la domanda viene naturale: dove finisce la battaglia per diritti più equi e dove comincia la rincorsa a una fetta sempre più grande di un business già ricchissimo?
È pur vero che una protesta, per avere forza, deve partire da chi ha voce. Nel tennis quella voce ce l’hanno i big, non il numero 180 del ranking. Ma qui nasce il dubbio. Quando chi guadagna già milioni chiede una fetta più alta dei ricavi, lo fa davvero per pensioni, maternità e tutele di tutto il movimento, oppure per ridiscutere il proprio peso dentro un business che lo ha già reso ricchissimo?
Cosa c’entra la PTPA di Djokovic
La PTPA, cioè il sindacato parallelo fondato anche da Novak Djokovic, spinge da tempo per un riequilibrio del potere nel tennis. Chiede più rappresentanza per i giocatori e più trasparenza economica. In questa vicenda si è inserita sostenendo che la polemica sul Roland Garros mostra un problema più ampio: gli atleti non hanno abbastanza voce nelle decisioni dei grandi tornei.
Il quadro però è confuso: ATP, WTA, Slam, PTPA e giocatori non sempre si muovono come un blocco unico. È anche per questo che la minaccia di boicottaggio è forte mediaticamente, ma difficile da tradurre subito in una protesta reale.
La protesta riguarda il potere economico dei quattro Major
Gli Internazionali d’Italia non sono nel mirino. Roma è il palcoscenico della polemica, non il bersaglio. La partita vera si gioca con i quattro Slam: Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e US Open.
I Major sono eventi separati dal circuito ordinario. Hanno storia, prestigio, autonomia e ricavi enormi. Incassano da biglietti, diritti tv, sponsor, hospitality e merchandising. I giocatori sostengono che una parte troppo bassa di quei ricavi torni a chi scende in campo.
La richiesta è arrivare a una quota vicina al 22% dei ricavi, come già accade nei tornei dei circuiti ATP e WTA. Ora, al Roland Garros, secondo i giocatori siamo sotto il 15% dei ricavi. Gli Slam, secondo gli atleti, restano invece più bassi. Il Roland Garros aumenta il premio complessivo, ma non cambia la logica. La torta cresce, la fetta dei giocatori non cresce abbastanza.
Non solo premi ai vincitori, i tennisti chiedono pensioni, maternità e welfare
Da fuori la domanda è inevitabile: perché non si accontentano, se sono già milionari? La risposta dei giocatori è meno semplice di quanto sembri. I top player guadagnano cifre enormi, ma il tennis non è fatto solo dai primi dieci del mondo.
Chi viaggia per il circuito fuori dall’élite affronta costi alti: coach, fisioterapisti, preparatori, trasferte, alloggi, iscrizioni, tasse. Non tutti hanno sponsor milionari. Non tutti arrivano in fondo agli Slam. Una sconfitta al primo turno può garantire un assegno importante, ma una stagione intera assorbe spese molto pesanti.
Per questo nella protesta entrano anche pensione, maternità e tutele. I giocatori non chiedono soltanto più soldi per chi vince. Chiedono un sistema più simile agli altri sport professionistici, con una partecipazione chiara agli incassi generati dagli eventi più ricchi.
Il braccio di ferro è appena cominciato. Gli Slam difficilmente cederanno in fretta. I giocatori useranno la minaccia del boicottaggio per alzare il prezzo della trattativa.
Chi sarà il primo big disposto davvero a rinunciare a Parigi o a Wimbledon?

