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Penati, l'uomo che ha partorito la sinistra del Modello Milano. Un ritratto

Penati, l'uomo che ha partorito la sinistra del Modello Milano. Un ritratto

Filippo Penati è morto. Ex sindaco di Sesto, ex presidente della Provincia di Milano. E' morto un esponente della sinistra milanese di primo piano. Un talento, a modo suo. Non intellettuale, ma concreto. Difficile da lui ricevere anche solo una citazione, in una intervista. Ma sotto c'erano idee, e non poche. Chi lo voleva denigrare, diceva che faceva il venditore di polizze assicurative, o il maestro. Che poi era quello che aveva fatto in gioventù, mentre scalava le posizioni nella Stalingrado d'Italia. Non lo infastidiva, al punto che tornò a fare quello, dopo essere uscito da ogni gioco: il maestro per gli stranieri. Come volontario. E poi nella sua ultima vita, segnata dal cancro che disse di aver preso per colpa del processo, lo scrittore. Ricordo che mi mandò "La casa dei notai", il suo giallo: "Ormai mi diverto così", commentò. Poi andò a fare il presidente del Geas Basket, nella Sesto San Giovanni caduta in mano al centrodestra. Politica? Quasi zero. Più per ricordarsi di essere stato un protagonista che altro. Qualche fuoco, nel 2016, quando mandò a tutti i giornalisti un messaggino: "Vorrei tornare a farmi sentire un po', tienimi in considerazione". Lo facemmo, ma ormai l'epoca era cambiata, e anche lui lo sapeva, non poteva tornare. Era tornato il tumore, però, con il quale lottare.

Nella sua prima vita, Filippo Penati è stato uno degli indiscussi protagonisti della scena pubblica milanese e lombarda. E' stato anche uno dei pochissimi lanciati a livello nazionale partendo da sotto la Madonnina. Fumava due pacchetti al giorno prima di smettere, sempre affiancato dal fido Franco Maggi, portavoce e mente diabolica su mille partite. "Ora che ho smesso vorrei respirare tutta l'aria del mondo", disse dopo trent'anni con la bionda in mano, prima di una Stramilano. A lui, ex sindaco di Sesto San Giovanni, si deve l'unico protagonismo che la provincia di Milano abbia mai avuto tra la sua nascita e la sua morte decretata dalla riforma Delrio. Penati era schiacciato tra il Comune con Letizia Moratti e Forza Italia sugli scudi, e Roberto Formigoni all'apice della sua potenza, e in ascesa. Giostrò bene. Capì che doveva entrare in tutte le partite che contavano. Anche la Serravalle, con tutti i guai che poi ha causato, aveva quella motivazione: portare la Provincia su un tavolo dove potesse dire la sua. Entrò in Expo, la Provincia. Diceva la sua sulla politica ambientale, sui blocchi del traffico, sulla politica sportiva, cercò di rilanciare l'Idroscalo e parzialmente ci riuscì. E - soprattutto - c'era. Diceva la sua. Polemizzava e proponeva. Nel partito ma anche fuori, in tempi in cui, per dirla con Marco Alfieri, il nord era terra ostile per la sinistra, lui era l'unico baluardo. Ricordo che il fratello di Marco, Alessandro, mi venne presentato come "il ministro degli esteri di Palazzo Isimbardi". Oggi è senatore della Repubblica. In quel gruppo c'erano tanti talenti. Alcuni hanno fatto strada, come Matteo Mauri, oggi viceministro dell'Interno. Ma quasi tutti, anche quelli che - un po' improvvidamente - lo hanno poi attaccato all'esordio della vicenda giudiziaria, sono passati dalla sua scuola. Altri invece hanno scelto il silenzio, dignitoso. Per fare qualche nome Pierfrancesco Maran, Cesare Cerea. Lo stesso Maurizio Martina arrivò a fare il segretario regionale per volontà di Filippo Penati.

Tutto questo non è bastato però a risparmiargli la gogna all'inizio dell'inchiesta. Era il braccio destro di Bersani. Ed era potente, a livello nazionale. Finì nel gorgo. Rari nantes in gurgite vasto. Lui si ritirò da tutto. Aveva appena perso le regionali che sapeva di non poter vincere ma che - mi confessò - era stato costretto a disputare da Bersani. Era amareggiato, Filippo Penati. Abitava, ai tempi della sua esperienza in consiglio regionale, in via Eustachi a due passi dalla redazione di Affaritaliani.it. Il processo lo consumò, ma furono i piccoli affronti ad ucciderlo dentro. Come quando gli levarono la tessera del partito. Quasi una religione, per lui. Gliela rese, anni dopo, Pietro Bussolati segretario metropolitano. Con le scuse. Ma non bastarono. Non bastarono a lenire il dolore di alcuni sms che mi mostrò, che attribuivano a lui addirittura la vittoria mutilata di Bersani. In fondo, diceva, "non ho fatto niente, sono innocente". E lo dichiararono innocente, ma con tutta la polemica sulla prescrizione. Oggi, che è morto, si può dire che la sinistra costruì sotto la sua esperienza la classe dirigente che governa oggi a Milano. O nella sua casa, o contro la sua casa. O d'accordo con lui, o contro di lui. E questo essere spartiacque è forse stato il suo vero lascito politico.

fabio.massa@affaritaliani.it

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