Le elezioni politiche del sette maggio si avvicinano e i think tank inglesi fanno a gara nel pubblicare statistiche su quali effetti potrebbe avere una uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. L’ultimo ad essere pubblicato è stato quello di Open Europe che stima, in caso di Brexit, una crescita di 2,2 punti percentuali del Pil inferiore, entro il 2030, di quella che si avrebbe avuto con Londra dentro l’Unione.
Una perdita dovuta principalmente all’uscita del Paese dall’area di libero scambio di cui fanno parte gli altri 27 Stati. C’è però un altro scenario. Secondo lo studio infatti se Londra riuscisse ad uscire dall’Unione, pur restando nell’area di libero scambio, allora potrebbe avvantaggiarsi crescendo dell’1,6%. Ma potrebbe farlo solo attuando una forte deregulation in tutti i settori economici, mercato del lavoro in primis.
Cifre a parte quella che si sta combattendo sul suolo inglese è una battaglia di principio. L’Ukip di Farage vuole che il paese abbandoni l’Ue, considerato un ente sovranazionale dittatoriale e burocratico. David Cameron vuole che a scegliere siano gli inglese, con un referendum, ma vorrebbe mantenere il Paese nell’Unione, pur su ‘basi differenti’. A difendere Bruxelles sono solo i Libdem e i Laburisti.
Intanto a febbraio il tasso di inflazione in Gran Bretagna è rimasto invariato su base annuale, segnando quindi zero, per la prima volta nella storia. Lo segnala l’Ufficio Nazionale di Statistica. Rispetto al mese di gennaio, i prezzi al consumo segnano invece una flessione dello 0,3%. i primi segni che forse anche Londra non è così in salute come sembra.

