Di Giulia Marani
Cervelli in fuga, professionisti di successo, residenti nel Regno Unito da molto tempo, impegnati in politica da anni, nel paese di origine o in quello d’adozione. E’ l’identikit di Andrea Biondi, professore di diritto europeo al King’s College di Londra e Ivana Bartoletto, manager in ambito sanitario ed esperta di diritti umani. Sono i due italiani candidati alle elezioni europee nelle liste del partito laburista inglese. Non si tratta di un unicum, ma comunque di casi abbastanza isolati. Infatti, nonostante gli sforzi messi in atto dall’Unione Europea per incentivare la partecipazione dei cittadini dell’UE alle elezioni europee, semplificando le procedure per il voto e per la candidatura, i candidati “non nationals” che si avvalgono del diritto di eleggibilità al Parlamento Europeo nel paese in cui risiedono sono ancora pochi. Con Andrea Biondi, abbiamo parlato delle comunità di cittadini europei residenti nel Regno Unito, di associazionismo e, naturalmente, delle prossime elezioni.
Professor Biondi, perché ha scelto di candidarsi alle elezioni europee nelle liste inglesi?
“La scelta di candidarmi nel Regno Unito è stata abbastanza naturale. Sono residente da più di vent’anni in Inghilterra, paese che sento come una seconda patria. È una decisione che nasce da un’esperienza di impegno politico precedente, a livello locale, ma anche dal mio lavoro, che mi porta ad avere a che fare con l’Europa. In questo momento storico, poi, mi sembra che in Inghilterra ci sia più che mai bisogno di supporters, di sostenitori del progetto europeo” .
Si riferisce al referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea progettato da Cameron, che dovrebbe avere luogo nel 2017?
“Al di là del possibile referendum, ci sono diversi campanelli d’allarme. Per esempio, le posizioni dell’Ukip, partito euroscettico conservatore che ha riscosso un forte successo alle elezioni locali lo scorso anno, suscitano preoccupazione. In generale, la retorica antieuropea non è mai stata così violenta. Si dicono cose che non dovrebbero essere dette, i toni sono eccessivi”.
Su quali temi intende concentrarsi se sarà eletto?
“Ci sono diverse questioni aperte, dal free movement of workers al dibattito sulla carta dei diritti fondamentali, riaperto recentemente, dai social rights ai problemi che riguardano il diritto finanziario. Mi piacerebbe che ci fosse una discussione su tutti questi temi, ma con toni più pacati rispetto a quanto accade attualmente”.
Nel Regno Unito ci sono associazioni molto attive nel promuovere il concetto di cittadinanza europea e costruire un dibattito sull’Europa che coinvolga anche i cittadini degli altri paesi membri, come per esempio New Europeans. Quale ruolo ha il mondo associativo nel coinvolgere e federare gli “European residents”, anche in vista delle elezioni?
“Le comunità di European residents a Londra sono molto attive. I cittadini comunitari residenti nel Regno Unito, non soltanto nella capitale ma anche in altre aree, per esempio nel sud-est del paese, sono moltissimi. Parliamo di collegi elettorali enormi e di comunità ben radicate nel territorio, come quella polacca. I residenti non nationals si sentono spesso chiamati in causa quando si parla di welfare e della libera circolazione dei lavoratori, e partecipano votando alle elezioni europee, anche più degli inglesi. Negli ultimi tempi, però, c’è stato un risveglio di interesse anche da parte di istanze diverse, dal mondo dell’economia, che vede con timore la possibilità che il paese esca dall’Unione, a quello accademico”.
In quale misura vi rivolgete ai “nuovi londinesi” e ai “nuovi inglesi” nella vostra campagna?
“Date le mie origini, mi sento un po’ in dovere di cercare di coinvolgerli. Tutti i candidati lo stanno facendo, organizzando incontri con le diverse comunità non soltanto in forma istituzionale, tramite i partiti socialisti dei paesi di origine, ma anche tramite associazioni di altro genere, studentesche o professionali. Per esempio, abbiamo già incontrato la comunità ceca, mentre verso fine marzo incontreremo quella rumena. Abbiamo in programma un meeting con un’associazione danese. In ogni caso, è molto importante informare i cittadini, far loro sapere che hanno il diritto, garantito da un trattato, di votare nel paese dove risiedono”.
Il Regno Unito fa parte dei paesi, 14 in tutto, che hanno notificato formalmente le norme relative alla semplificazione della procedura per l’esercizio del diritto di eleggibilità al Parlamento Europeo per i cittadini dell’UE in uno Stato membro di cui non hanno la cittadinanza. L’Italia non ne fa parte. Che cosa ne pensa?
“Effettivamente siamo indietro. A me, come agli altri candidati non nationals, è bastato dichiarare con un’autocertificazione di non essere già candidati nel nostro paese di origine. La procedura è stata semplicissima. Anche l’iscrizione alle liste elettorali avviene in modo molto semplice, si fa direttamente con il quartiere compilando un modulo, che è lo stesso per le elezioni europee e le elezioni locali. In generale, trovo abbastanza scoraggiante che gli esempi di cittadini europei candidati nel paese di residenza siano così rari”.

