Di Lorena Cotza
Sono 4 milioni gli italiani che vivono all’estero. Lasciano l’Italia i giovani più ambiziosi, con la voglia di far valere i loro titoli accademici e la speranza di veder premiati i loro meriti. Partono i ragazzi pieni di energie, disposti ad accettare turni di lavoro massacranti pur di portare a casa un sostanzioso salario, con cui far invidia agli amici sottopagati rimasti a lavorare in patria. Ma fuggono via anche italiani alla deriva, senza progetti né talenti, ma con l’illusione che all’estero un modo di sopravvivere si riesca a trovare.
Secondo gli ultimi dati dell’AIRE (l’ anagrafe italiani residenti all’estero), nel 2012 circa 68mila italiani si sono trasferiti oltre confine. Il fenomeno migratorio è aumentato del 3% rispetto all’anno precedente, con un forte incremento del numero di emigrati provenienti dall’Italia settentrionale. Secondo uno studio del Censis, il 20,4% degli italiani è partito per motivi di studio, il 72% lavora e il resto è alla ricerca di un’occupazione. La maggior parte (il 54, 5%) risiede in Europa, ma sempre più persone si spostano anche verso mete più lontane. Si è infatti registrato un aumento del 18,5% del flusso migratorio verso l’Asia.
Ma i numeri forniti dall’AIRE sono solo la punta dell’iceberg, in quanto solo una minoranza si iscrive all’anagrafe. Dati più indicativi arrivano dalle statistiche riguardanti il National Insurance Number (NIN), la tessera assicurativa obbligatoria per poter lavorare nel Regno Unito, una delle mete più gettonate dopo Germania e Svizzera. Nell’ultimo anno il numero degli italiani che hanno richiesto il NIN è cresciuto del 35%.
Sono cifre significative, difficili da rinchiudere dentro la riduttiva categoria dei “cervelli in fuga”. Nella stampa italiana fioccano le storie di successo, delle eccellenze che lavorano nei laboratori di ricerca più avanzati e dei professori che insegnano nelle università più prestigiose. Sono storie significative, ma che non devono far passare in secondo piano le vite più “normali” dei ragazzi che lasciano l’Italia perché vogliono lavorare come camerieri ma con un contratto fra le mani, di quelli che senza una raccomandazione non riescono a trovare nemmeno un impiego stagionale, o di chi semplicemente ha curiosità e voglia di scoprire il mondo.
“Penso che quello che accomuni chi vive all’estero sia il fatto che vogliamo metterci in gioco. Vogliamo provare a costruire una vita che sentiamo di non poter avere in Italia” – racconta Angelo Boccato, giovane giornalista e blogger recentemente trasferitosi a Londra.
“Non parlo solo degli immigrati più qualificati – continua Angelo – ma è un discorso molto più generale che riguarda chiunque cerchi di realizzare un progetto all’estero. E, soprattutto, non si tratta solo di cervelli in fuga. Innanzitutto perché non è detto che chi non abbia studiato non abbia potenzialità e non abbia un cervello. Ma anche perché non tutti quelli con dei titoli di studio sono dei geni”.
E come sottolinea il quotidiano britannico “The Independent”, capita sempre più spesso di trovare anche i cosiddetti “cervelli” a svolgere gli impieghi più umili. La crisi dell’eurozona ha infatti costretto migliaia di studenti e laureati dei paesi dell’Europa meridionale a rifugiarsi nel Regno Unito in cerca di lavoro, e oggi “è probabile che chi ti serve il cappuccino nei bar londinesi abbia un dottorato e sia più istruito di te”.
Anche la rivista The Economist ha dedicato a questa nuova ondata migratoria un articolo, dal controverso titolo “P.I.G.S. can fly”. La frase letteralmente significa “anche i maiali volano”, ma l’acronimo viene utilizzato per indicare i paesi più colpiti dalla recessione: Portogallo, Italia, Grecia e Spagna.
I giovani che hanno lasciato i paesi della “vecchia” Unione Europea per trasferirsi in Gran Bretagna sono passati da 41mila nel 2011 a 59mila l’anno successivo. Il partito conservatore britannico – pur essendo visibilmente più preoccupato dai “nuovi” paesi europei come Romania e Bulgaria – ha per questo proposto di introdurre misure per limitare anche l’ingresso di giovani in fuga dal sud europeo. Ma più che una fuga, molti la definiscono una “ricerca”.
Samanta Chittolina, autrice del blog “Banalmente a Londra”, parla con entusiasmo della sua esperienza londinese.
“Mi sono trasferita otto mesi fa e iscritta qui all’università. Qui c’è una visione dell’educazione molto diversa da quella che si può trovare in Italia. Ti devi confrontare con persone che la pensano in modo diverso dal tuo e questo ti obbliga a non sederti sugli allori, e a usare il cervello al di là della routine quotidiana”.
“Non sono andata via dall’Italia solo per la crisi economica o perché disprezzo l’Italia. – aggiunge Samanta – Ma semplicemente perché vorrei proseguire il mio percorso da un’altra parte, perché penso che qui ci sia molto da imparare, e perché penso che Londra sia una bella città dove vivere. Qui mi sento a casa”.
Ma c’è un altro aspetto che lega le esperienze degli italiani all’estero: la consapevolezza che non sia facile. Ottenere un lavoro, imparare la lingua, mettersi in discussione: sono piccole, grandi sfide quotidiane.
“C’è uno stereotipo sugli italiani che nasconde un fondo di verità. – dice Samanta – Ed è il fatto che tendiamo sempre a piangerci addosso: ci lamentiamo in Italia perché tutto va storto, ma ci lamentiamo anche quando viviamo in un altro paese perché trovare lavoro non è facile o perché fa freddo. Senza dubbio, però, per vivere qui bisogna tirar fuori le unghie”.
Ed è per questo che, secondo l’Economist, se l’Europa uscirà dalla crisi solo una minoranza dei giovani immigrati resterà all’estero. Ma, per adesso, sia Samanta che Angelo non hanno intenzione di tornare indietro.
“Quello che più apprezzo della mia esperienza fuori dall’Italia è la possibilità di vivere in un ambiente pieno di opportunità, che ti motiva perche sai che la tua candidatura di lavoro almeno verrà letta e considerata, – dice Angelo. – Dall’altra parte, in un contesto con così tante opportunità bisogna avere anche l’onestà e l’umiltà di non caricarsi di eccessive aspettative, perche si potrebbe rimanere delusi.”
Opportunità e difficoltà vanno di pari passo. La presenza di un così vasto numero di giovani all’estero potrebbe danneggiare il futuro dell’Italia, che si ritroverà priva di risorse, talenti, sogni, creatività, braccia e cervelli. Ma se quei giovani avranno la possibilità di tornare in Italia, arricchiranno il nostro paese con tutte le conoscenze ed esperienze accumulate all’estero. E quei numeri distanti di chi fugge o ricerca una “vita altrove” assumeranno un altro significato.

