Di Lorena Cotza
Si riaccende il dibattito sulle energie rinnovabili a Bruxelles. In vista del pacchetto clima ed energia per il 2030, che sarà presentato il prossimo 22 gennaio, nella Commissione Europea si discutono i prossimi obiettivi comunitari in campo energetico.
Otto paesi europei (Italia, Germania, Francia, Austria, Belgio, Danimarca, Irlanda e Portogallo) hanno firmato una lettera che chiede all’Unione Europea di introdurre misure più incisive per combattere il cambiamento climatico. Si vorrebbe portare al 40 per cento la riduzione delle emissioni di Co2 e al 30 per cento il consumo delle energie rinnovabili. Obiettivi ambiziosi, verso i quali non tutti gli stati e le lobby industriali son pronti a impegnarsi. Con il pretesto della crisi economica e degli alti costi dell’energia verde, le grandi multinazionali si sono infatti opposte all’introduzione di ulteriori divieti.
Anche il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi ha espresso le sue riserve nei confronti del piano. In una lettera al premier Enrico Letta, Squinzi ha bocciato le proposte dei ministri europei spiegando che ridurre le emissioni del 40 per cento è un obiettivo difficilmente realizzabile, che potrebbe penalizzare le aziende italiane.
La maggior parte dei paesi europei – e l’Italia in primis – sono ancora lontani dagli obiettivi fissati per il 2020, noti come Pacchetto 20-20-20: taglio delle emissioni di gas del 20 per cento, portare al 20 per cento l’uso delle rinnovabili e aumentare del 20 per cento il risparmio energetico rispetto al 1990. Da anni l’Unione Europea è in prima linea nella lotta contro il cambiamento climatico. I buoni propositi sulla carta, però, tardano ad essere attuati. Secondo le stime del 2012, le rinnovabili sono ancora ferme al 14.4 per cento del consumo energetico totale.
I ministri europei hanno sottolineato l’importanza di introdurre norme più severe per ridurre la dipendenza dall’importazione di combustibili fossili e per stimolare una crescita economica sostenibile. Secondo l’Impact Assessment dell’Unione Europea, il piano servirebbe anche a creare posti di lavoro e a stimolare la crescita delle aziende “verdi”, come quelle dedicate alla manifattura di turbine e pannelli solari.
«Fissare un obiettivo per le energie rinnovabili è cruciale per garantire investimenti economicamente vantaggiosi che possano rafforzare il mercato energetico interno», hanno scritto i ministri nella lettera indirizzata a Connie Hedegaard, commissario europeo per l’azione per il clima, e Guenther Oettinger, commissario per l’energia.
Il ministro dell’Ambiente britannico Ed Davey si è invece mostrato disposto a discutere solamente la riduzione delle emissioni di gas serra, affermato che un obiettivo singolo sarebbe un’opzione più economica e flessibile. Il Regno Unito ha infatti recentemente approvato un piano sul nucleare e sull’efficienza energetica, che riduce l’uso del carbone ma non costituisce un passo in avanti per quanto riguarda le rinnovabili.
Gli oppositori al piano sottolineano inoltre che fissare degli obiettivi troppo rigidi rischierebbe di far alzare ulteriormente i costi, con una pesante ricaduta per i consumatori già colpiti dalla crisi dell’eurozona. Potrebbe inoltre avere un impatto negativo sul mercato del combustibile fossile, già in recessione e con problemi di sovrapproduzione che verrebbero accentuati da riforme di risparmio energetico.
Se le proposte del 22 gennaio saranno approvate dalla Commissione, passeranno almeno altri due anni prima che possano entrare in vigore. L’iter legislativo comunitario ha tempi lunghi, ma qualcosa inizia già a muoversi. Il 14 gennaio l’UE ha pubblicato un nuovo regolamento per la progressiva riduzione dell’uso dei gas fluoranti, considerati tra i maggiori responsabili dell’effetto serra. Le nuove misure dovrebbero portare a un taglio del 79 per cento dell’uso di questi gas entro il 2030.
Un’altra proposta – che verrà discussa dall’assemblea plenaria a fine febbraio – riguarda invece le emissioni di Co2 per i veicoli. Entro la fine del 2020, le emissioni saranno ridotte a 95 grammi per chilometro per le auto e 147 grammi per i veicoli commerciali. Si chiede inoltre l’introduzione di test sulle emissioni di Co2 più sicuri e affidabili.
Raggiungere accordi – sia a livello nazionale che europeo – continuerà ad essere difficile finche gli interessi degli ambientalisti saranno considerate incompatibili con quelli economici. In Europa nel 2013 gli investimenti nelle rinnovabili sono calati del 41 per cento. La scorsa settimana Christiana Figures, segretario esecutivo della convenzione dell’Onu sul clima, ha infatti chiesto alle istituzioni finanziarie mondiali di triplicare gli investimenti nel settore dell’energia verde, per raggiungere la cifra di un trilione di dollari “necessaria ad evitare una catastrofe climatica”. Ma il dibattito sul nuovo piano energetico e l’impegno dei ministri europei lasciano intravedere la possibilità di un’Europa più verde.

