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Viaggio nell’euroscetticismo francese

Viaggio nell’euroscetticismo francese
Che fine ha fatto l’europeismo dei giovani transalpini? In un quadro generale dominato dall’insofferenza, dalle rivolte a forte componente antifiscale e antieuropeista dei berretti rossi, al calo vertiginoso della popolarità di François Hollande, abbiamo cercato di fare il punto della situazione della “generazione Erasmus”. Con il contributo di Emmanuel Lemoine, ex-caporedattore di “Journal Europa” (rivista partecipativa dedicata all’Europa dei giovani), abbiamo cercato di capire quella parte della popolazione alle prese col tasso di disoccupazione più elevato degli ultimi quindici anni e con lo spauracchio dell’emigrazione alla ricerca di un lavoro in linea con le proprie aspirazioni.

Di Giulia Marani

Dai comizi dei Le Pen, padre e figlia, alle eterogenee folle bretoni uniformate dall’estetica pseudogiacobina dei berretti rossi Armor Lux, la critica all’operato e ai diktat dell’Unione Europea sembra essere diventata una figura di stile del discorso politico transalpino. Tra uno sciopero e un comizio, il paese si agita, scalpita, ribolle, pur con ambiguità facilmente individuabili (per esempio, i portatori di bonnet rouge sono in grande maggioranza agricoltori e allevatori, che vogliono l’abolizione dell’eco-tassa, vista come emanazione dell’Europa, salvo richiedere il mantenimento delle sovvenzioni di Bruxelles all’export dei prodotti agricoli, che vengono pagate proprio grazie alle tasse versate).

Se la prima vittima dell’insoddisfazione generale è il presidente Hollande, la cui popolarità è da qualche tempo in caduta libera, i sondaggi registrano comunque un forte malcontento nei confronti delle istituzioni europee, percepite da una parte della popolazione come direttamente responsabili delle politiche di austerità. Secondo un’indagine Pew Research di qualche mese fa, la percentuale di francesi favorevoli all’Unione Europea è diminuita del 19% in un anno, passando dal 60% del 2012 al 41% del 2013. Un altro sondaggio, realizzato da CSA per Terra Femina in occasione delle “Journées de Bruxelles” organizzate dalla testata Le Nouvel Observateur a metà ottobre, ha visto il 58% degli intervistati dichiarare che l’UE avrebbe avuto un impatto negativo sulla loro vita. Jean Quatremer, corrispondente da Bruxelles per Libération, si lamenta sul blog “Coulisses de Bruxelles” (Dietro le quinte di Bruxelles) della tendenza dei politici francesi a liquidare dibattiti su temi particolarmente sensibili  – come per esempio l’immigrazione e o l’inefficacia nel difendere i cittadini dallo “spionaggio a larga scala”, leggi Datagate – attribuendo con eccessiva facilità responsabilità all’Unione Europea. Quest’ultima funzionerebbe come una “macchina per deresponsabilizzare gli Stati”, utile nel caso in cui un provvedimento non ottenga i risultati sperati, o semplicemente non incontri il favore dell’opinione pubblica. Incriminare Bruxelles sarebbe quindi una soluzione facile, e senz’altro semplicistica, a questioni molto complesse, che necessiterebbero di una maggiore introspezione – e, in casi particolari, probabilmente di un mea culpa – da parte della classe dirigente del paese.

In controtendenza rispetto al passato, sembra che il calo di popolarità dell’Unione questa volta coinvolga anche la fascia giovanile, tradizionalmente più europeista. Il disagio dei giovani transalpini si agglutina in modo particolare intorno a due nodi fondamentali, percepiti come particolarmente problematici: la disoccupazione e la mobilità internazionale. Il primo punto è stato affrontato nell’ambito della conferenza europea sull’accesso al lavoro dei giovani del 12 novembre scorso a Parigi, fortemente voluta dal presidente francese e sfociata nella promessa di sbloccare un fondo di 6 miliardi di euro complessivi da destinare ad una serie di iniziative legate alla ‘garanzia giovani’ nei prossimi due anni. Sul budget complessivo, circa 700 milioni dovrebbero essere assegnati alla Francia. L’urgenza era reale: se la situazione francese rimane per certi aspetti più rosea rispetto a quella di molti paesi del sud Europa, come la Spagna, la Grecia o l’Italia, il tasso di disoccupazione è comunque elevato. Se si considerano soltanto i minori di 25 anni, il dato è ampiamente superiore alla media UE, per raggiungere localmente picchi elevati. Nel 2012, il 28,8% dei ragazzi era alla ricerca di un lavoro nella regione Centre, 35,1% nel Nord-Pas-de-Calais, 38,3% in Languedoc-Roussillon (Fonte Eurostat, European Union Labour Force Survey), per non parlare dei dipartimenti d’oltremare. Il quadro potrebbe assumere tinte meno fosche grazie alla Garantie jeunes, un sistema combinato di sussidi ed accompagnamento nella costruzione di un percorso personalizzato di studio e/o di lavoro, in fase di sperimentazione in un campione di dieci dipartimenti dall’inizio di ottobre 2013.

Il tema della mobilità dei giovani, invece, è stato affrontato nel corso di un dibattito dal titolo eloquente, “Barrez-vous” (Andatevene), tenutosi nelle prestigiose aule dell’Ecole de Sciences Politiques di Parigi e ha visto gli studenti confrontarsi con Hélène Conway-Mouret, ministro delegato per le collettività francesi all’estero. Nel corso dell’incontro, sono stati evocati diversi problemi con i quali i giovani transalpini devono confrontarsi, dalla scarsità di opportunità professionali che spingerebbe i più qualificati ad emigrare, fino alle difficoltà del reinserimento che, dal punto di vista lavorativo ma anche burocratico, rendono il rientro in patria dopo anni di esperienza all’estero una chimera.

 

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Alla luce di queste problematiche, si può ipotizzare che la crisi economica stia facendo emergere il lato oscuro del sogno di mobilità e cittadinanza europea della “generazione Erasmus”? Secondo Emmanuel Lemoine, co-fondatore e, fino a pochi mesi fa, caporedattore della rivista “Journal Europa”, testata partecipativa dedicata all’Europa dei giovani, dei popoli e delle culture distribuita gratuitamente nei campus universitari, le associazioni giovanili hanno tenuto per molto tempo un atteggiamento entusiasta e quasi acritico, che egli definisce “euro-beato”. Parliamo di associazioni studentesche, ma anche di organismi come l’associazione dei Jeunes Européens, formatasi all’inizio degli anni Novanta e costituita da giovani di età inferiore ai 35 anni, che si ispirano alle idee dei padri fondatori dell’Unione Europea, come Jean Monnet e Robert Schuman.

Presso i giovani francesi, il sentimento di cittadinanza europea era molto forte al momento della fondazione del giornale, verso la metà dello scorso decennio. Al contrario della generazione precedente, per la quale “l’Unione Europea rappresentava soprattutto l’asse franco-tedesco e la pacificazione dei rapporti tra questi due paesi”, i ragazzi francesi nati negli anni Ottanta e Novanta, al pari dei loro omologhi nel resto del continente, “hanno sviluppato un approccio meno politico e molto più concreto alle questioni europee, grazie ad una mobilità senza precedenti, all’Erasmus, al pass Interrail”.

Anche il voto dei minori di 25 anni al referendum sulla Costituzione Europea del 2005, sostanzialmente allineato alle posizioni espresse dalla maggioranza della popolazione, con un risoluto “no” al Trattato da parte di sei elettori su dieci, non esprimeva tanto uno scetticismo nei confronti dell’Unione Europea quanto il timore di perdere i diritti acquisiti in materia di welfare e diritto del lavoro.

Oggi, la crisi di fiducia nella politica – e, di riflesso, nelle istituzioni europee – tocca anche i giovani, che pensano, come indica ancora Lemoine, “che il debito pubblico non sia cosa loro”, oltre a non sentirsi sufficientemente coinvolti da un sistema che prevede una partecipazione “aneddotica e tutto sommato marginale dei cittadini, rispetto alle altre istanze ufficiali del potere”.