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La Coca Cola più sana del parmigiano. Battaglia in Ue contro le etichette inglesi

Il Parlamento europeo ha votato contro l’etichettatura semaforica in vigore in Inghilterra che penalizza i prodotti tipici italiani. “La Coca Cola Light sarebbe più sana perché non contiene zuccheri, un San Daniele invece avrebbe troppi grassi”, spiega ad Affaritaliani.it l’eurodeputato Massimo Paolucci

Di Tommaso Cinquemani
@Tommaso5mani

La Coca Cola più sana dell’olio d’oliva, del parmigiano o di un prosciutto San Daniele? Secondo Londra sì. È uno dei paradossi dell’etichettatura semaforica, un tipo di valutazione della bontà degli alimenti introdotto in Inghilterra l’anno scorso. Un provvedimento che penalizza i prodotti agroalimentari italiani e contro il quale si sono schierati Commissione europea, governo italiano e oggi anche il Parlamento europeo.

L’etichettatura semaforica ha la pretesa di influenzare l’acquisto del consumatore segnalando con un bollino di colore verde un cibo sano, giallo un prodotto intermedio e rosso uno cattivo. I colori vengono decisi sulla base del contenuto di sale, grassi e zucchero in cento grammi di prodotto. Sono i cosiddetti ‘profili nutrizionali‘. Ecco quindi che una fetta di prosciutto, ricca di sale, è considerata non sana. Come anche una mozzarella, l’olio d’oliva, un salame o del parmigiano.

“E’ un tipo di etichettatura insensato”, spiega ad Affaritaliani.it Massimo Paolucci, europdeputato Pd in Commissione Ambiente, sanità pubblica e sicurezza alimentare. “Non esistono cibi sani in termini assoluti, esistono solo diete equilibrate. Mangiare del prosciutto o un pezzo di parmigiano all’interno di una dieta varia non fa certo male, anzi”.

Per ribadire la contrarietà a questa etichettatura oggi la Commissione Ambiente, sanità pubblica e sicurezza alimentare ha votato a favore (50 i sì, 18 i no) di un emendamento che chiede alla Commissione europea di rivedere il fondamento scientifico dei ‘profili nutrizionali’, oltre che a pronunciarsi contro la Gran Bretagna.

“Non si tratta solo di un ingente danno economico per le nostre esportazioni”, continua Paolucci, “ma si tratta di un non-servizio reso al consumatore. Nel 2011 abbiamo approvato una direttiva che impone etichette complete di tutti i dati nutrizionali. Già oggi i consumatori possono scegliere consapevolmente, senza essere influenzati da valutazioni senza fondamento scientifico”.

A dire la verità la decisione britannica di introdurre questa segnaletica sui cibi si era ispirata alla direttiva sui profili nutrizionali approvata dalla stessa Commissione europea nel 2006, che però poi non si era concretizzata in un regolamento. E la stessa Commissione, ad ottobre dello scorso anno, ha minacciato Londra di aprire una procedura di infrazione se avesse continuato con l’etichettatura.