Da una parte l’accoglienza, dall’altra una netta chiusura. Da una parte le colonne di auto in aiuto ai profughi, gli aiuti e l’inno alla gioia. Dall’altra i muri, le minacce, le manganellate. L’Europa sta affrontando l’emergenza migranti con due atteggiamenti diametralmente opposti. Ora mezza Ue preme sui Paesi dell’Est per fargli accettare il sistema delle quote.
Proprio per questo motivo è stato organizzato un mini vertice venerdì a Praga sulla crisi dei migranti tra i ministri degli Esteri di Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia con i colleghi di Germania e Lussemburgo. L’incontro, hanno fatto sapere da Praga, “contribuirà a una migliore comprensione reciproca tra gli Stati membri dell’Ue alla luce di alcune visioni differenti sulla soluzione all’attuale crisi”.
I quattro Paesi dell’Est sono i più duri oppositori al sistema delle quote obbligatorie avanzato dal presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, per assicurare un’equa ridistribuzione dei rifugiati tra il blocco dei 28. Al gruppo degli oppositori alle quote si iscrive anche la Romania, che si oppone al piano di ricollocamento per quote. Lo ha annunciato il presidente Klaus Iohannis: “Crediamo che questa non sia la soluzione e non è appropriato parlare di quote, calcolate su basi estremamente burocratiche e senza consultare gli Stati membri”.
Con queste premesse trovare un accordo non sarà per niente facile, in particolar modo con l’Ungheria di Viktor Orban, che ha a più riprese attaccato Bruxelles per l’approccio troppo morbido nell’affrontare la crisi e ha annunciato nuove misure molto rigide in tema di immigrazione. Anche Slovacchia e Repubblica Ceca, nonché la Polonia, sembrano non avere alcuna intenzione di ammorbidire le proprie posizioni, cosa richiesta a gran voce dai Paesi più esposti all’ondata migratoria, tra i quali anche Italia, Francia e Spagna. Il rischio è che si vada sempre di più a una netta e profonda divisione politica tra Est e Ovest.

