Di Giulia Marani
Amato oppure odiato, indicato come principale responsabile della crisi economica o, al contrario, considerato un prezioso strumento d’integrazione, l’euro è al centro della campagna per le elezioni di domenica. I partiti che fanno dello scetticismo nei confronti della moneta unica il loro baluardo sembrano avviati a ottenere risultati importanti in diversi paesi europei, dall’Italia alla Francia, dal Regno Unito all’Olanda. La consultazione del 25 maggio assume i contorni di un referendum sulla moneta unica, nel quale il rinnovo del Parlamento Europeo interviene come un dettaglio tutto sommato marginale. Che il dibattito sul tema abbia toni particolarmente accesi è cosa risaputa.
Quel che è meno noto, forse, è come l’adozione di una moneta unica europea sia l’avverarsi di un sogno che viene da lontano, e come la storia europea degli ultimi 150 anni sia costellata di tentativi – più o meno effimeri – di integrazione monetaria.
Si parte, negli anni Sessanta dell’Ottocento, con il progetto di un’Unione Monetaria Latina che finirà per coinvolgere, oltre alla Francia, all’Italia, al Belgio e alla Svizzera, all’origine dell’iniziativa, tutta una serie di paesi dell’area mediterranea e balcanica. Sebbene l’idea di adottare un’unica valuta non sia ancora d’attualità, lo scopo della manovra è di permettere la libera circolazione di più monete nazionali all’interno dei paesi firmatari, basandosi su un cambio fisso. La garanzia è data dalla presenza di una stessa quantità di metallo prezioso nelle monete in questione, che devono poter essere scambiate tra loro senza problemi. Questo primo tentativo non resisterà all’urto del tempo, reso velleitario dagli scontri tra le potenze dell’epoca e affossato definitivamente dalle fluttuazioni del corso dell’argento e dell’oro durante la prima guerra mondiale.
Secondo lo stesso principio – monete diverse coniate in modo tale da avere lo stesso peso e contenere la stessa quantità d’oro o d’argento – i paesi scandinavi danno vita nel 1873 a una loro unione monetaria. La corona d’oro, con espressioni differenti in ciascun paese in funzione delle diverse lingue, è il nuovo standard monetario. Questa volta l’integrazione tocca anche le banconote, che, al pari delle monete, circolano liberamente tra Svezia, Danimarca e Norvegia. Pochi anni più tardi, prende il via un accordo basato sullo scambio di titoli, esperimento che rende ancora più calzante un eventuale parallelismo con l’euro. Anche questo tentativo sarà spazzato via dalla Grande Guerra.
La storia, in ogni caso, dimostra che le unioni monetarie tendono a venire meno nel momento in cui viene meno la coesione politica. Il periodo che segue lo smantellamento dell’Impero Austroungarico nel primo dopoguerra, e che vede il progressivo abbandono della corona da parte dei territori che ne facevano parte e la creazione di monete nazionali diverse da parte dei nuovi stati, potrebbe rappresentare un primo esempio di questa tendenza. Un’altra vicenda emblematica, che secondo alcuni esperti proverebbe la reversibilità delle unioni monetarie, è quella del crollo dell’Unione Sovietica. In questo caso, però, la crisi politica generò un lungo periodo di anarchia monetaria, con la nascita di ben quindici banche centrali al posto della Gosbank, la banca centrale dell’URSS, in assenza di accordo sulle politiche da adottare, e la circolazione di valute parallele durante un lungo periodo.

