Dopo il fallimento del tentativo del leader socialista, Pedro Sanchez, di formare un governo, il re di Spagna, Felipe VI, ha concesso ai partiti tempo fino al 2 maggio per cercare un accordo che consenta di formare un esecutivo, dopo l’inconcludente risultato elettorale dello scorso 20 dicembre. In una lettera inviata al presidente della Camera, Patxi Lopez, Felipe ha annunciato la sua decisione di non avviare “per il momento” nuove consultazioni con i leader delle principali formazioni politiche perche’ abbiano il tempo di “poter adempiere alle misure che ritengono opportune”.
Il monarca spera quindi che i partiti riescano a concludere da soli un’intesa che consenta di giungere a un governo di coalizione prima di essere costretto a riprendere in mano la situazione e riavviare i colloqui con le formazioni rappresentate in Parlamento. Il termine ultimo per trovare la quadra sara’ pero’ il 2 maggio, data dopo la quale il re sara’ costretto a chiamare nuovamente i cittadini alle urne.
Le elezioni del 20 dicembre hanno messo in crisi il tradizionale bipolarismo spagnolo, basato sull’alternanza tra popolari e socialisti, a causa dell’imporsi di due partiti anti-establishment, i moderati di Ciudadanos e la sinistra radicale di Podemos, che hanno guadagnato rispettivamente il 14% e il 12,7% dei suffragi.
Sia il Pp del primo ministro uscente, Mariano Rajoy, che il Psoe non sono riusciti a conquistare voti sufficienti a poter formare una maggioranza, fermandosi l’uno al 28,7% e l’altro al 22%, a fronte di una ganrd dispersione di voti tra partiti locali, indipendentisti e di estrema sinistra. In seguito al rifiuto di Rajoy di accettare un incarico esplorativo e di trattare con Ciudadanos (“non servono a nulla”, ha affermato il premier ancora in carica) e alla scelta di Podemos di non sostenere Sanchez, l’unica alternativa praticabile era apparsa un’intesa tra Psoe e Ciudadanos, che insieme alla Camera controllano appena 130 seggi su 350.
La settimana scorsa, dopo aver siglato un patto politico con Ciudadanos, Sanchez non è però riuscito a ottenere la fiducia della Camera non solo alla prima votazione, dove occorreva la maggioranza assoluta di 176 seggi, ma nemmeno alla seconda, quando bastava la maggioranza semplice, un evento mai verificatosi nella storia della Spagna democratica. Nel frattempo, per gestire gli affari correnti, alla Moncloa resta Rajoy, sperando forse nell’occasione di una rivincita alle urne. Una soluzione che non dispiacerebbe nemmeno a Bruxelles. Non è un mistero che all’Ue piacesse, e non poco, il governo filo austerity di Rajoy.
