Il 1° settembre 1960 moriva a soli 47 anni Mario Riva, all’anagrafe Mario Bonavolontà. Attore, uomo di rivista e soprattutto padrone di casa de Il Musichiere, portò nella televisione ancora in bianco e nero una qualità oggi quasi rivoluzionaria: la familiarità. Romano nella voce, nei tempi comici e perfino nel modo di rivolgersi al pubblico, trasformò il sabato sera in una imperdibile piazza nazionale.
Da Roma alla conquista del piccolo schermo
Prima che la televisione producesse conduttori in batteria, ce n’era uno che sembrava essere entrato in casa senza neppure suonare il campanello. Mario Riva era romano e non faceva nulla per nasconderlo. Nato nel 1913 come Mario Bonavolontà, era passato dalla prosa alla rivista, lavorando accanto a Totò, Anna Magnani, Wanda Osiris e all’inseparabile Riccardo Billi. Poi arrivò la Rai e cambiò tutto.
Il 7 dicembre 1957 debuttò Il Musichiere: due concorrenti sulle sedie a dondolo, poche note da riconoscere e una corsa verso la campanella. Un meccanismo elementare che diventò un rito nazionale. Alla regia c’era Antonello Falqui, Garinei e Giovannini firmavano il programma, Gorni Kramer governava la musica. E al centro c’era lui, Riva, capace di parlare alla telecamera come se dall’altra parte ci fosse un vicino di pianerottolo.
Nacque così anche uno dei tormentoni della prima televisione italiana: “nientepopodimenoché”. E ogni puntata si chiudeva con Domenica è sempre domenica, cantata dallo stesso Riva: una sigla diventata pezzo di costume nazionale.
Il giorno in cui Roma perse il suo Musichiere
La storia si interruppe brutalmente. Durante uno spettacolo del Musichiere all’Arena di Verona, Riva precipitò sul palcoscenico e rimase gravemente ferito. Morì in ospedale il 1° settembre 1960, a 47 anni, quando era probabilmente il presentatore più popolare d’Italia.
Roma reagì come alla morte di uno di famiglia. Ai funerali nella basilica del Sacro Cuore Immacolato di Maria, a piazza Euclide, partecipò una folla immensa; le cronache hanno parlato di circa 250 mila persone. C’erano colleghi, attori, gente comune. Riva era anche un laziale dichiarato e aveva ricoperto un incarico nella società biancoceleste.
Forse il segreto era proprio questo: Mario Riva non sembrava “fare televisione”. Sembrava fare conversazione. In un’Italia appena entrata nell’era del piccolo schermo, portò dentro la Rai qualcosa che nessun manuale di conduzione poteva insegnare: la naturalezza romana.
E così, 66 anni dopo, viene quasi spontaneo parafrasare la sua canzone: domenica sarà pure sempre domenica, ma senza Mario Riva il sabato sera non fu più esattamente lo stesso.


