Cresciuto calcisticamente nel vivaio biancoceleste, è diventato presto uno dei volti più riconoscibili della squadra. Esordisce giovanissimo in Serie A e, nel giro di poche stagioni, conquista il pubblico dell’Olimpico grazie a tecnica, velocità, senso del gol e una naturale eleganza nel trattamento del pallone. Non è soltanto un centravanti d’area: sa creare gioco, saltare l’uomo e inventare una conclusione anche quando lo spazio sembra non esserci.
Con la maglia della Lazio vive stagioni esaltanti e altre molto più difficili, diventando comunque un riferimento assoluto per la tifoseria. Il momento individualmente più prestigioso arriva nel campionato 1978-79, quando conquista il titolo di capocannoniere della Serie A con 19 reti.
La sua storia laziale attraversa anche uno dei periodi più tormentati del calcio italiano, quello dello scandalo del Totonero, che gli costa una lunga squalifica. Quando torna in campo, però, il legame con la Lazio non si spezza. Anzi, Giordano diventa protagonista della risalita e della permanenza in Serie A, contribuendo a scrivere alcune delle pagine più intense della storia biancoceleste degli anni Ottanta.
Nel 1985 lascia Roma per trasferirsi al Napoli, dove formerà con Diego Armando Maradona e Careca uno dei reparti offensivi più celebrati dell’epoca e conquisterà lo scudetto e la Coppa Italia nella stagione 1986-87.
Ma per Roma, e soprattutto per il popolo laziale, Bruno Giordano resta prima di tutto il ragazzo cresciuto nella Capitale che arrivò fino all’Olimpico per diventarne uno degli idoli. Un attaccante capace di unire fantasia e concretezza, talento e appartenenza. Uno dei tanti figli di Roma capaci di trasformare il calcio in memoria collettiva.

