Il 18 agosto nasce uno degli interpreti più versatili del cinema italiano. Dal teatro a Tornatore, da Scola alla regia dei romanzi di Margaret Mazzantini, una carriera costruita senza mai diventare prigioniero di un solo personaggio.
Da Roma al grande cinema italiano
La sua formazione parte dal teatro. Frequenta l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico e si diploma nel 1978, costruendo sul palcoscenico quella capacità di cambiare registro che diventerà il suo marchio: ironico e nevrotico, drammatico e grottesco, fragile oppure arrogante, Castellitto sembra trovarsi particolarmente bene nei personaggi che non si lasciano spiegare con una sola parola.
Il cinema arriva presto e, nel corso degli anni, lo porta a lavorare con alcuni dei maggiori registi italiani. Ettore Scola lo dirige ne La famiglia e più tardi in Concorrenza sleale; Francesca Archibugi gli affida uno dei ruoli più importanti della sua carriera ne Il grande cocomero; Giuseppe Tornatore lo trasforma nel singolare venditore di sogni de L’uomo delle stelle.
Castellitto, l’attore che diventa regista
Ma recitare, evidentemente, non gli basta. Nel 1999 esordisce dietro la macchina da presa con Libero Burro e successivamente costruisce una parte importante della propria attività cinematografica insieme alla scrittrice Margaret Mazzantini, sua moglie.
Da un romanzo della Mazzantini nasce nel 2004 Non ti muovere, con Castellitto regista e protagonista accanto a Penélope Cruz: una storia dura, sentimentale e volutamente sgradevole, lontana da qualsiasi romanticismo accomodante. Seguiranno altri adattamenti, tra cui Venuto al mondo e Nessuno si salva da solo.
Nel frattempo Castellitto continua a muoversi fra cinema, teatro e televisione, interpretando personaggi diversissimi, da Padre Pio a Enzo Ferrari, da don Lorenzo Milani a Carlo Alberto Dalla Chiesa, fino alle produzioni internazionali come Le cronache di Narnia – Il principe Caspian.
Un romano senza il bisogno di farlo
Forse è proprio questo uno degli aspetti più interessanti di Castellitto: essere profondamente romano senza aver mai avuto bisogno di trasformare la romanità in una maschera. Niente macchietta obbligatoria, niente accento esibito come certificato anagrafico. Roma resta piuttosto alle spalle, nella formazione, nel teatro, nel modo di osservare gli esseri umani e forse anche in quella naturale inclinazione a mescolare tragedia e ironia.

