I lavori erano iniziati nel 1948, con l’obiettivo di collegare le grandi vie consolari evitando ai mezzi di attraversare il centro di Roma. All’epoca era una strada quasi campestre: una sola carreggiata, due corsie, poche automobili e intorno soprattutto Agro romano. Nessuno poteva immaginare che quell’anello d’asfalto sarebbe diventato uno dei luoghi più frequentati, temuti e raccontati della città.
Il progetto fu sostenuto dall’ingegnere Eugenio Gra, direttore generale dell’Anas dal 1946 al 1952. Il nome Grande Raccordo Anulare costituirebbe infatti anche un omaggio non ufficiale al suo cognome: una rara coincidenza in cui una sigla burocratica riesce persino ad avere un padre. Da quel giorno Roma cominciò dunque a girare in tondo. Da allora non ha più smesso. Talvolta per raggiungere la propria destinazione, più spesso per cercare l’uscita giusta…
Da confine della città a città nella città
La costruzione procedette per tappe, ricevendo una spinta decisiva in vista delle Olimpiadi del 1960. L’anello venne completato nel 1970 con la chiusura dei tratti tra Aurelia, Cassia e Flaminia. Nel 1979 il Gra fu classificato ufficialmente come autostrada; negli anni successivi arrivarono raddoppi, svincoli, gallerie e terze corsie.
Ma il Raccordo non è soltanto una strada. È un confine mentale. Per un romano, abitare “dentro il Gra” significa essere ancora parte della città riconoscibile; vivere fuori può sembrare invece l’inizio di una spedizione, anche quando il centro dista appena pochi chilometri.
Sul suo tracciato sono cresciuti quartieri, centri commerciali, alberghi, capannoni e intere economie. Le uscite sono diventate punti cardinali e frasi come “c’è traffico tra la Nomentana e la Tiburtina” hanno sostituito, nella quotidianità, bollettini di guerra meno ansiogeni.
Vero monumento alla pazienza romana
Il Grande Raccordo Anulare era nato per alleggerire il traffico. Con il tempo è diventato uno dei luoghi nei quali il traffico viene contemplato, studiato e accettato come una legge naturale. Sul Gra si impara a interpretare una luce di stop lontana, a diffidare della corsia apparentemente più veloce e a considerare “dieci minuti di rallentamento” una forma di ottimismo radiofonico.

