Guerra Ucraina tra crisi e debito: le banche centrali hanno le armi spuntate
Il dilemma: incentivare la crescita economica o arginare la crescita dei prezzi aumentando il costo del denaro e riducendo i margini di manovra per le banche?
Guerra Ucraina, è questo il momento in cui si possono buoni affari o dobbiamo aspettarci ulteriori escalation?
La tempesta perfetta alla fine è arrivata e si è abbattuta sui mercati. Gli analisti avevano fiutato qualcosa di strano, tant’è che da settimane – ben prima dell’invasione dell’Ucraina – il Ftse Mib e gli altri indici azionari avevano iniziato a scendere dai massimi registrati alla fine del 2021. Per Piazza Affari si parlava addirittura di superare quota 30.000 punti, livello mai più raggiunto dal tracollo di Lehman Brothers.
Invece, improvvisamente o quasi, ci siamo ritrovati con un problema di dimensioni enormi. Il combinato disposto tra la coda lunga del Covid, la crisi dei semiconduttori, la scarsità di materie prime, i rischi per la logistica, l’incremento incontrollato dei prezzi dell’energia e, da ultimo, le tensioni geopolitiche hanno creato un mostro di cui sarà difficile liberarsi.
Finora, infatti, le banche centrali hanno mitigato gli effetti delle varie crisi economiche con un lunghissimo periodo di acquisto di titoli. Il bazooka di Mario Draghi, simbolo di un’azione monetaria forte che mise in salvo l’Italia e l’euro tutto, aveva inaugurato un periodo lungo quasi un decennio di quantitative easing.
L’avvento del Covid ha costretto Christine Lagarde a varare un piano particolare, il PePP (piano pandemico di acquisti) che ha contribuito al mantenimento a livelli drogati del costo del denaro e dei tassi. In sostanza, per evitare speculazioni, negli ultimi dieci anni si è scelto di narcotizzare i mercati con rendimenti che non rispondevano al rischio paese reale.
Oggi però, con la crescita incontrollata dei prezzi, la Bce e le altre banche centrali avevano già avviato un meccanismo di riduzione degli acquisti che per l’Europa doveva ancora iniziare. La guerra in Ucraina ha ulteriormente complicato i piani: come fare a tenere a bada l’inevitabile calo del pil?
Normalmente si sarebbero comprati altri titoli, ma ora questo non si può più fare, altrimenti il rischio sarebbe di ulteriore inflazione. Bisogna scegliere quale sia il male minore: incentivare la crescita economica, sterilizzata da un aumento esponenziale dei prezzi, come avveniva tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli 80?
Oppure è meglio arginare la crescita dei prezzi, aumentando però il costo del denaro e riducendo i margini di manovra per le banche che, ad esempio, potrebbero portare a un nuovo credit crunch, generando una spirale drammatica che nessuno vuole andare a vedere.
Certo, c’è sempre la possibilità di fare nuovo debito, rimandando di un altro po’ il ritorno a conti pubblici “normali”. L’Italia il prossimo anno dovrebbe riportare il rapporto tra deficit e pil entro la soglia del 3%. Ma se dovesse davvero partire una corsa agli armamenti per dare vita a un esercito europeo; e se servissero ulteriori interventi per sterilizzare l’inflazione, l’aumento delle bollette e il calo delle materie prime ecco che allora ci ritroveremmo rapidamente in una situazione da corto circuito in cui i conti… non tornano.
Dunque la domanda che anche gli investitori si stanno facendo è semplice quanto brutale: è questo il momento massimo di picco della paura, in cui si possono fare buoni affari confidando su una soluzione tutto sommato rapida del conflitto? Oppure dobbiamo attenderci ulteriori escalation e quindi temere che il peggio non sia ancora arrivato?