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Urso, 274 francobolli all’attivo e l’industria italiana diventa un album Panini

il Mimit continua la sua intensa stagione filatelica con sei nuove emissioni dedicate al Made in Italy. E Urso consolida un primato curioso: se l’industria italiana non sempre vola, almeno viaggia ancora per posta.

Urso, 274 francobolli all’attivo e l’industria italiana diventa un album Panini

Il ministro delle Imprese scopre la vera Transizione: quella dalla fabbrica alla filatelia. Mentre l’industria arranca, al Mimit si affranca di tutto: dai Pokémon a Berlusconi, dalla Pimpa alle patatine. Se non possiamo produrre, almeno possiamo leccare.

C’è chi misura l’attività di un ministro in riforme, investimenti, fabbriche salvate e posti di lavoro. E poi c’è Adolfo Urso, che rischia di passare alla storia con un’unità di misura decisamente più maneggevole: il francobollo. Secondo il quotidiano Il Foglio, in due anni il ministro delle Imprese e del Made in Italy ne avrebbe presentati – con giubilo da parte dei collezionisti – ben 274. Un piccolo miracolo produttivo: mentre dalle parti dell’industria nazionale le notizie non sempre inducono all’ottimismo, nel comparto della carta gommata siamo evidentemente una superpotenza.

Dal Made in Italy al Made in Filately

L’ultima infornata è arrivata al Mimit: sei nuovi francobolli dedicati a Birra Forst, Eureka, Ferrero, Oro Saiwa, patatine San Carlo e caffè Saquella. Una specie di dispensa nazionale formato 40 millimetri.

Urso, 274 francobolli all’attivo e l’industria italiana diventa un album Panini

Ma il catalogo ursofilatelico è assai più ambizioso: Michelangelo e Palestrina finiscono nello stesso album delle Winx, della Folgore, di Sanremo, di Berlusconi, della Pimpa e dei Pokémon. Un vero melting-pot culturale all’italiana, dove il sacro incontra il profano, il sublime strizza l’occhio al pop e il Pantheon nazionale si trasforma in una grande bacheca adesiva. Chi rappresenti il sacro e chi il profano, però, lo lasciamo volentieri decidere al lettore: in certi casi la classificazione potrebbe risultare più divisiva della scelta del francobollo stesso. Una cosa è certa: da Michelangelo a Pikachu… tutti uguali davanti alla colla.

La rivoluzione? Si farà per posta…

Il bello del francobollo, del resto, è che non sciopera, non delocalizza, non chiede cassa integrazione e soprattutto non presenta trimestrali. Basta stamparlo, celebrarlo e infilargli sopra un bel timbro. E forse è questa la vera intuizione politica: le riforme possono incepparsi, i piani industriali cambiare, le promesse scolorire. Il francobollo resta. E magari un giorno qualche collezionista, sfogliando l’Italia produttiva del XXI secolo, scoprirà che avevamo perso qualche fabbrica ma conservato perfettamente la dentellatura.