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Intervista/ In libreria “Berlinguer e il diavolo” di F. Bigazzi e D. Fertilio

A cent'anni dalla nascita a Livorno, e a trenta dalla scomparsa ufficiale del comunismo sotto le rovine dell'Unione Sovietica, il Pci sopravvive sotto diverse forme. In libreria è appena uscito il saggio "Berlinguer e il diavolo", pubblicato dall’editore “Paesi”, per le firme di Francesco Bigazzi, storico corrispondente dell'Ansa da Mosca, e di Dario Fertilio, giornalista-scrittore cresciuto alla scuola del Corriere della Sera, che qui intervistiamo.

Dott. Fertilio, perché dare al mito del Pci il volto di Enrico Berlinguer?

Nessuno sceglierebbe Palmiro Togliatti, e nemmeno Luigi Longo, tanto meno Alessandro Natta, per non parlare di Achille Occhetto..., la stragrande maggioranza, crediamo, avrebbe in mente il volto malinconico e determinato di Enrico Berlinguer.

Chi è il diavolo citato nel titolo?

È l’Urss, che stato il paese guida del comunismo mondiale, che da Lenin e per settant'anni ha continuato a foraggiare segretamente il Pci, allo scopo naturalmente di pilotarlo, trarne i maggiori vantaggi geopolitici possibili, e in fin dei conti minare la democrazia italiana.

Il libro conferma che l’Urss finanziasse il Pci.

Il libro documenta con scrupolo l'incredibile flusso di denaro, oggi calcolabile in circa mezzo miliardo di dollari, passato dal Cremlino alle Botteghe Oscure, allora sede del Pci a Roma. E questo allo scopo di potenziarne l'organizzazione, favorirne le campagne elettorali, far sì che la propaganda sovietica - come quella famosa contro l'installazione dei missili americani in Italia - ne ricevesse un aiuto sostanziale.

Come era organizzato il trasferimento di questa mole di denaro?

Si è trattato non soltanto di rubli, ma anche e soprattutto di lingotti d'oro, gioielli, pietre preziose, diverse valute straniere, spille, braccialetti, collane, anelli, persino fiale di morfina. Il piano generale di aiuti includeva poi regali, provvigioni, tangenti, fondi neri accumulati dalle centinaia di società miste create dal Pci con partner collocati oltre la Cortina di Ferro. Senza trascurare i proventi delle intermediazioni operate dalle cooperative rosse nei loro traffici col resto del mondo comunista, e le interessenze percepite sottobanco sui grossi affari conclusi dalle industrie pubbliche e private con l'Urss e la Germania dell'Est, o sulle forniture di petrolio e gas naturale concluse con i Paesi a regime comunista.

In un passaggio del volume si affronta il tema del famoso “strappo” da Mosca. Cosa avvenne?

Io e Bigazzi constatiamo che questo momento cruciale era stato concordato in realtà con Leonid Breznev. Che la sua ascesa, culminata nella elezione a segretario del 1972, era stata parallela a quella dei finanziamenti segreti sovietici, in qualche caso sollecitati da lui stesso. E accompagnata dallo scavo sotterraneo di un labirinto spionistico russo, oltre che dall'invio di militanti italiani nell'Est Europa per addestramento militare e sabotaggio.

A un certo punto Berlinguer ebbe dei dubbi?

Soltanto dopo il 1975, mentre in Italia prenderà corpo la strategia del compromesso storico e andrà materializzandosi il progetto dell'eurocomunismo, Berlinguer si renderà conto di quanto il suo rapporto col "diavolo", cioè il potere sovietico, fosse pericoloso per la credibilità democratica del Pci. Allora tenterà febbrilmente di emanciparsi da Mosca, coniando appunto le famose formule del "compromesso storico" e dell'"eurocomunismo".

Bigazzi e Lei date conto di diversi retroscena.

La parabola politica di Berlinguer, e la sua stessa tragica fine nel 1984, stroncato da un ictus, sono interpretati come lo sforzo disperato di rifondare il comunismo su basi leniniste e gramsciane, purificandolo dai compromessi con il "socialismo reale". Sino a prefigurare, nei suoi "pensieri lunghi", i temi che sarebbero trasmigrati, oggi, nel Partito Democratico.

 

 

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