Nei giorni successivi alla giornata della memoria il dibattito sul pensiero di uno dei più importanti filosofi della contemporaneità, Martin Heidegger, non si placa. Non stiamo parlando di un pensatore qualsiasi, bensì del più grande filosofo del Novecento, Martin Heidegger, «un maestro dalla Germania» come disse di lui il poeta ebreo Paul Celan, suo contemporaneo.
Nel mondo degli studi filosofici c’è grande attesa per quello che si configura come l’evento editoriale più importante degli ultimi anni, forse anche del decennio: la pubblicazione in Germania per l’editore Klostermann degli “Schwarzen Hefte” (Quaderni neri) del filosofo. In tutto trentatré taccuini, di cui si ipotizzava l’esistenza fin dagli anni ’60 e che vedranno la luce il prossimo marzo, dove il Mago di Messkirch raccolse le sue riflessioni e i suoi pensieri più nascosti nel periodo che va dal 1932 al 1975.
Compresi per esplicita volontà di Heidegger nella propria Opera Omnia e destinati a concluderne la pubblicazione, conterrebbero non già appunti privati, o l’espressione riservata di una sua personale e già altrove, sempre in via confidenziale, manifestata idiosincrasia contro il popolo d’Israele. Bensì le linee di un antisemitismo sistematico, filosoficamente fondato, profondamente intrecciato alla sua filosofia dell’Essere e del Tempo.
La critica è divisa, ma il filosofo è sempre risultato affascinante agli altri intellettuali figli d’Israele (Hannah Arendt, Karl Löwith, Hans Jonas, Günther Anders, Leo Strauss, Emmanuel Levinas, Mascha Kaléko).

