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“Alla sbarra la politica. Indagate sul monopolio”

“Alla sbarra la politica. Indagate sul monopolio”
PROCESSO RIFIUTI. Avvocato “di razza”, Alessandro Diddi sceglie affaritaliani.it per anticipare i contenuti del maxiprocesso che vede imputato Manlio Cerroni e il sistema regionale dei rifiuti, la cui prossima udienza è prevista per il 7 gennaio. “Questo processo è esattamente lo spaccato di un sistema politico e democratico che non funziona, di un Paese che non vuole prendere decisioni, salvo poi trovare un capro espiatorio… Cerroni ha costituito il suo monopolio in maniera dolosa o perché ci sono stati altri soggetti che avrebbero potuto agire e non lo hanno fatto?”. Di lui dice il pubblico ministero Galanti: “L’avvocato che nessun pm vorrebbe mai trovarsi di fronte di in dibattimento”
“Alla sbarra la politica. Indagate sul monopolio”

di Valentina Renzopaoli

E’ stato lui a gettare le basi dell’impianto legale dell’inchiesta “Why Not”, una delle più note degli ultimi anni che si è conclusa con il ritiro dalla carriera di magistrato di Luigi De Magistris, recentemente condannato per abuso d’ufficio per alcune irregolarità compiute nella conduzione di quelle indagini. Ed è ancora lui che dovrà ora difendere Salvatore Buzzi, il “colletto bianco” re delle coop, considerato dall’ormai stranota inchiesta Mafia Capitale, il trait d’union tra quello che è stato definito il sodalizio criminale romano e la pubblica amministrazione.
Avvocato anche di Giampaolo Tarantini, di Francesco Bellavista Caltagirone e di Francesco Rutelli, Alessandro Diddi è oggi tra i difensori di punta del mega processo sui rifiuti, noto ormai come “processo Cerroni”, le cui udienze riprenderanno il 7 gennaio, due giorni prima del terremoto del 9 gennaio 2014, giorno in cui lo stesso Cerroni più alcuni dirigenti del Gruppo e una serie di funzionari e dirigenti regionali finirono agli arresti.
Diddi, fine stratega e vero “tecnico” della giurisprudenza, legale di Giuseppe Sicignano, il direttore della discarica di Albano Laziale, è il punto di riferimento dell’ala dei cosiddetti “agitatori” del pool di legali che assiste gli imputati.
Alla vigilia dei suoi cinquant’anni, Alessandro Diddi ha già collezionato una montagna di incarichi e di processi da prima pagina. E pensare che non voleva nemmeno fare l’avvocato: nato a Padova, figlio di un militare, ha vissuto in giro per l’Italia prima di scegliere Roma come sua città adottiva. Il suo sogno era quella di studiare fisica ma “la provvidenza” come lui stesso confessa “ha segnato per lui una strada diversa”. Riservato nella vita, poco amante della “pubblicità mediatica”, in aula si scatena. Di lui pare che il dottor Alberto Galanti, il pm che ha condotto l’indagine, parli come “dell’avvocato che nessun pm vorrebbe mai trovarsi di fronte di in dibattimento”. Ha scelto Affaritaliani.it per spiegare il suo punto di vista sul processo in corso, arrivato finalmente alla fase del dibattimento, e anticipare i prossimi passi della strategia difensiva.

Avvocato Diddi, cosa rappresenta questo processo nello scenario romano e del Lazio?
“Questo processo rappresenta la sede nella quale si può fare chiarezza sulle responsabilità politiche nella regione Lazio su uno dei temi più importanti, quello dei rifiuti. Questo processo è esattamente lo spaccato di un sistema politico e democratico che non funziona, di un Paese che non vuole prendere decisioni, salvo poi trovare un capro espiatorio. Ed è Cerroni oggi a dover espiare le colpe di tutti coloro, di destra e di sinistra, che negli anni hanno preferito non decidere, non affrontare il problema perché affrontarlo avrebbe significato rischiare di perdere consensi”.

Mi sembra chiaro che, secondo la sua posizione, ci sia una forte responsabilità della politica
“Manlio Cerroni nel corso degli anni, come imprenditore, ha fatto opere straordinarie per Roma e per il Lazio. Siccome ora non serve più perché qualcun altro ha pensato di prendere il suo posto, gli si devono far pagare le responsabilità di ben altre figure istituzionali”.

Al “re” di Malagrotta si contesta una posizione monopolistica consolidata a discapito di altri soggetti. Cosa nel pensa?
“Né il pm, né molto altri si sono chiesti per quale motivo Cerroni sia diventato un monopolista: lo è diventato perché ha eliminato i suoi concorrenti oppure perché la politica per tanti anni non ha voluto affrontare l’enorme problema dei rifiuti? E poi il nodo centrale è chiedersi: Cerroni ha costituito il suo monopolio in maniera dolosa o perché ci sono stati altri soggetti che avrebbero potuto agire e non lo hanno fatto? Ricordiamoci che grazie a Cerroni i cittadini romani hanno pagato per anni tariffe per lo smaltimento dei rifiuti molto più basse rispetto a tutti gli altri cittadini italiani. Noi dimostreremo che la sua posizione imprenditoriale è stata raggiunta e consolidata senza impedire ad altri di affermarsi nello stesso settore e che, soprattutto, la sua posizione di monopolio è la prova e il risultato dell’inefficienza della pubblica amministrazione”.

A suo parere, come sono state condotte le indagini?
“Se sicuramente è vero che sono state trovate situazioni e fatti che meritavano di essere passati al vaglio dell’autorità giudiziaria, come peraltro può accadere in qualsiasi altra attività imprenditoriale, io penso che le indagini di questo processo mostruoso siano state condotte guardando con un occhio solo”.

In che senso avvocato?
“Non dico certamente che ci sia stato dolo, piuttosto si è valutato il problema dei rifiuti senza rendersi bene conto di tutte le varie connessioni che ruotano attorno a questa complessa questione”.

Avvocato, chi è Giuseppe Sicignano e quale sarebbe stato il ruolo secondo le indagini?
“Giuseppe Sicignano è un tecnico dell’impianto TMB di Albano Laziale. E’ accusato di truffa e frode in pubbliche forniture. Secondo le indagini del pm Alberto Galanti la società avrebbe fatto pagare ai comuni per lo smaltimento dei rifiuti una tariffa più alta rispetto ai servizi erogati. Inoltre viene contestato il fatto che non sarebbe stata smaltita nel gassificatore la quantità di rifiuti stabilita. Dimostreremo, carte alla mano, che questo è avvenuto perché il gassificatore di Colleferro non era in grado di ricevere gli scarti dall’impianto di Albano e che, dunque, non c’è stato alcun dolo da parte di chi ha dovuto affrontare una situazione di emergenza. Inoltre dimostreremo che non c’è stato nessun disegno criminoso che veniva dall’apice del Gruppo, e cioè che Cerroni non ha mai istigato nessuno a far pagare tariffe per servizi non resi. Tra l’altro, stiamo lavorando su una consulenza tecnica per dimostrare che non c’è stato l’arricchimento che l’accusa quantifica in oltre 10 milioni di euro”.

rifiuti roma 800
 

E’ iniziata la sfilata dei testimoni: si parte proprio dal filone che riguarda il Cdr della discarica di Albano, di proprietà della Pontina Ambiente gestita da Giuseppe Sicignano. I primi testi, agenti delle forze dell’ordine che hanno condotto le indagini, hanno dichiarato che la società ha fatturato ai comuni spese per un quantità di cdr superiore a quello che in realtà è stato prodotto e trasportato nei termovalorizzatori. Come vi difenderete?
“Ci sono due cose che devono essere precisate: le tariffe praticate dai Comuni non sono mai state aggiornate e la Pontina Ambiente, a conti fatti, ha un credito ben superiore rispetto a quello che sarebbe l’ammontare del risparmio che avrebbe conseguito, come detto per cause indipendenti dalla sua stessa volontà, nel non conferire il Cdr agli impianti di gassificatori. Inoltre, la contabilità della società e le fatturazioni erano seguite da una struttura diversa rispetto a quella che gestiva l’impianto di Albano e non conosceva le difficoltà incontrate con le società che effettuavano la gassificazione del Cdr”.

Avvocato, ha mai avuto leggendo le carte, la sensazione che questo sia un processo politico?
“Il termine “processo politico” a dire il vero mi evoca altri tipi di processi. Io intendo la definizione di processo politico secondo due accezioni: quando chi lo subisce è un politico, oppure quando si fa un processo nei confronti di un certo momento storico politico, come fu ad esempio, Tangentopoli. In questo caso, non credo sia un processo contro un periodo storico, bensì contro un imprenditore considerato come una persona che ha cercato di infilarsi nei gangli della pubblica amministrazione per piegarla a suo uso e consumo: immagine falsa e priva di alcun fondamento”.

Prima di arrivare alla fase del dibattimento, per qualche mese il processo è rimasto “incastrato” su quella che mediaticamente avevamo definito “la guerra delle intercettazioni”. Lo staff difensivo è arrivato al punto di presentare un’istanza collettiva per chiedere al tribunale di revocare un’ordinanza nella quale si stabiliva la possibilità di procedere, come richiesto dal pm, alla trascrizione delle intercettazioni che invece, secondo voi, si sarebbero dovute dichiarare inutilizzabili. Per quale motivo avete così tanto insistito su questa questione?
“Perché esiste una disposizione del codice penale che stabilisce che tutti gli atti delle indagini preliminari devono essere depositate nella stanza del pm, ciò che non viene depositato è inutilizzabile. Il pm è obbligato a depositare tutto ciò che possiede, anche quello che potrebbe essere utile alla difesa dell’imputato, proprio per garantire il suo diritto alla difesa. E’ un principio di civiltà giuridica. E siccome noi abbiamo ritenuto, come abbiamo scritto nell’istanza collettiva, che gli ormai famosi verbali non fossero stati messi a disposizione della difesa, avevamo chiesto che le intercettazioni fossero dichiarate inutilizzabili”.

Cosa pensate di trovare in questa massa di telefonate?
“Pensiamo di trovare l’altra parte della medaglia: il fatto che fino ad ora si è guardato con un occhio solo. Da questi contatti telefonici possono emergere altre verità”.

Sono questioni che possono minare le basi di eventuali successivi gradi di giudizio?
“Certo, riteniamo che si tratti di una violazione che potremo far valere fino in Cassazione. Il rischio è di creare una sentenza che nasce morta”.