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“Dopo il commissario le azioni”. Catania: “L’Italia sarà digitale”

“Dopo il commissario le azioni”. Catania: “L’Italia sarà digitale”
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L’INTERVISTA. Elio Catania, nuovo presidente di Confindustria Digitale, sceglie affaritaliani.it per la sua prima uscita ufficiale. “L’Ict è la chiave di volta per uscire dalla crisi; bene Renzi ma occorre investire e cambiare mentalità”. Il paradosso: “Penalizzati da internet”
“Dopo il commissario le azioni”. Catania: “L’Italia sarà digitale”
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“Dopo il commissario le azioni”. Catania: “L’Italia sarà digitale”
“Dopo il commissario le azioni”. Catania: “L’Italia sarà digitale”

di Fabio Carosi

Tre passioni che lo accompagnano dal master a Boston: l’innovazione, il canottaggio e le sfide. L’ultima è quella di spingere le imprese italiane e il Paese a rincorrere il treno dell’innovazione tecnologica, “un po’ perché la storia ce lo chiede, molto perché l’information and communication technology è la chiave di volta per uscire dalla crisi e dare una risposta alla ricerca di vocazione per l’Italia”.
Elio Catania, 68 anni, una vita tra cda, finanza e progetti, sceglie affaritaliani.it per la sua prima intervista da presidente di Confindustria digitale, la federazione che riunisce il gotha delle aziende tecnologiche italiane e che dà lavoro a 250 mila persone con un fatturato che supera i 70 miliardi di euro. Raccoglie la sfida e rilancia con l’ipotesi di  “ responsabilita trasversali forti ” per l’attuazione dell’Agenda.
Ingegner Catania, da dove cominciamo?
“C’è un mare di cose da fare, soprattutto leggendo i numeri. Partiamo dall’analisi. I dati del rapporto Assinform disegnano un quadro preoccupante: dopo anni di decrescita al 2% gli investimenti 2013 rispetto al 2012 segnano meno 4%. Ancora numeri: il sistema Ict Italia significa investimento pari al 4,8% del Pil per un valore di 65 miliardi; la media Europea è del 6,5%. Tradotto: gli altri scommettono, noi siamo 25 miliardi di euro sotto”.
Fanalino di cosa? Ultima ruota del carro? E l’agenda digitale?
“Sì ultimi, ultimissimi se vale sempre la letteratura che lega la produttività di un Paese agli investimenti nel settore più innovativo: negli ultimi 10 anni gli Usa sono cresciuti mediamente del 2,5% con un contributo di spesa Ict del 50%; l’Europa del’1,2% con il 30% e l’Italia dello 0,5% con il 17 per cento. Nuova traduzione: senza Ict non c’è crescita e non c’è occupazione”.
Come cambiare questa tabella terrificante?
“Intanto diciamo perché siamo in questo scenario: la tecnologia non è stata priopritaria per la politica, figuriamoci per il resto del sistema Italia costituito soprattutto da piccole e medie imprese e con una Pubblica Amministrazione che non ha trainato. Le dico solo che la PA ha qualcosa come circa 4 mila centri di calcolo che non si parlano tra di loro”.
Diceva che qualcosa era cambiato…
“Gli ultimi due Governi hanno alzato il livello dell’Agenda Digitale con l’Agit, l´Agenzia guidata da Agostino Ragosa e il commissario Francesco Caio (dal 14 aprile Ad di Poste) , che ha indicato le priorità: anagrafe digitale, fatturazione digitale e identità digitale. Poi una piattaforma verticale per scuola, sanità e giustizia. Ora occorre accelerare sulla fase esecutiva come sembra sia l´intenzione del governo Renzi. Ma per farlo occorre il cosiddetto change management, il cambiamento a partire dagli amministratori delegati che per anni hanno lasciato la responsabilità della tecnologia ai dirigenti di settore, mentre nelle riunioni operative dovrebbero inserire il controllo dei processi di innovazione tecnologica”.
Cioè, “cari manager non siete adeguati”?
“Direi di no. Meglio: basta delegare ai tecnici perché o si è digitali o no si è”.
E per lo Stato?
“Creare una responsabilità esecutiva per far volare i progetti”.
Quindi pensa a un commissariamento del settore?
“No, l´importante in questa fase é individuare  responsabilitá esecutive, autorevoli e trasversali ai diversi progetti, in grado di   superare ex lege le molte  resistenze al cambiamento che si manifestano sia nel pubblico che nel privato. Le dico solo che in Italia Internet non é ancora effettivamente calata nella Pa per trasformarla in una macchina efficiente e snella,  ne    all’interno delle imprese per cambiare i modelli business, come invece sta avvenendo in altri paesi”.
Parole sante, ma in tempo di crisi, come si dice anche nelle aziende, chi paga?
“Sempre numeri, che non tradiscono: ogni milione di euro investito in tecnologia consente efficienze e risparmi per 3-5 milioni in un arco di tempo compreso tra i 24 e i 36 mesi. Dunque il sistema è quasi autofinanziante. Ci sono poi le risorse messe in campo dall´Ue, dai fondi strutturali a Horizon 2020”.
E Confindustria Digitale cosa fa?
“Siamo parte del processo. Stiamo lavorando ad una piattaforma di filiera per aiutare le Pmi ad accedere alla tecnolgia, il resto sono servizi che devono crescere, soprattutto quelli dello Stato”.
A parole è facile. Un esempio sul quale le si chiede di riflettere: Roma, città Capitale d’Italia: il 10 per cento del territorio o non ha adsl e ha livelli di servizio da Terzo Mondo. Come accedono quei cittadini ai servizi digitali?
“Ci sono piani per portare i 30 e i 100 mega più o meno ovunque. Ma l’accesso non è detto che debba avvenire da rete fissa. Il mobile è un a risorsa straordinaria che può aiutarci ad uscire dal gap”.
Lei è sempre ottimista, vero?
“Sì soprattuto se guardo le eccellenze italiane che creano apps e stampe tridimensionali. Queste risorse devono essere messe a sistema. Sono sicuro che ce la faremo”.