LE INTERCETTAZIONI. “Abbiamo tutti al libro paga” deve trovare riscontro. E il mio cliente, con cui avrò approfonditi colloqui nei prossimi giorni, mi ha già anticipato che in molte di quelle frasi c’è tanta letteratura”
INCHIESTA STORICA. “La Procura è stata abilissima a creare un grande caso, che però, dal mio punto di vista, è molto debole sotto diversi aspetti”
di Valentina Renzopaoli
Un sistema generalizzato di corruzione perché “per lavorare con la pubblica amministrazione pare sia ormai scontato scendere a compromessi”, ma non un sistema associativo di stampo mafioso. Muove i primi passi la strategia difensiva di Alessandro Diddi, l’avvocato difensore di Salvatore Buzzi, l’indagato numero due, considerato l’uomo di punta di Massimo Carminati nei rapporti con le istituzioni e la politica.
E se “il guercio” è il “braccio violento” di Mafia Capitale, Salvatore Buzzi, l’ex detenuto assurto a capo delle coop divenute poi un gigante da 60 milioni di euro di fatturato, negli atti dell’inchiesta è sempre più un “colletto bianco”. L’uomo che ha chiuso i conti col passato e con la potenza della cooperazione ha costruito un impero che gli ha permesso di entrare in qualsiasi stanza dei bottoni. Da giorni è gara a rintracciare negli archivi fotografici le immagini che lo ritraggono con politici di destra e sinistra, sindaci, amministratori, liberi cittadini e gente qualunque. Laddove c’era da cooperare – e da guadagnare – c’era Buzzi col suo amabile faccione e il sorriso gentile.
Alessandro Diddi, il legale, che difende anche la compagna di Buzzi, Alessandra Garrone, la sua collaboratrice Emanuela Bugitti, Claudio Caldarelli e Carlo Maria Guarany, sceglie Affaritaliani.it per spiegare, dal suo punto di vista, chi è Salvatore Buzzi e perché questa inchiesta “avrebbe molti punti deboli”.
Avvocato Diddi a che punto è l’analisi delle carte?
“Sto iniziando a studiare una mole gigantesca di materiale: le milleduecento pagine di ordinanza sono una piccolissima parte rispetto alle 70mila di cui si articola l’intera inchiesta. Per ora sono in una fase di studio”.
Ma che idea si è fatto su quello che finora ha letto?
“L’idea che mi sono fatto è che la Procura è stata abilissima a creare un grande caso, che però, dal mio punto di vista, è molto debole sotto diversi aspetti”.
Lei da quanto tempo conosce Salvatore Buzzi?
“Sono il suo legale dal 2008, lo conosco molto bene. E’ una persona valida con un percorso umano complesso. Ha pagato il suo debito con la giustizia per un reato commesso in passato e quando ha riacquistato la libertà ha costituito la cooperativa di ex detenuti. Una realtà unica nel Lazio che dà lavoro a molte persone e rappresenta per tanti un’opportunità di riscatto. Buzzi si dedica da anni a questa realtà”.
Avvocato, sta descrivendo un “santo”?
“Certamente non è un santo ma so per certo che non è un uomo che si è arricchito, semmai ha cercato di allargare le opportunità per la sua cooperativa”.
Secondo l’inchiesta della Procura Buzzi sarebbe un “colletto bianco” con rapporti amicali all’interno della pubblica amministrazione “incaricato di seguire le gare pubbliche e corrompere i politici e gli amministratori di turni” si legge dell’ordinanza. Cosa ne pensa?
“E’ possibile che il mio cliente possa aver accarezzato il piacere del potere, ma che lo abbia esercitato per tornaconto personale lo escludo categoricamente, molto più probabile che lo abbia fatto per aumentare il lavoro della cooperativa.
Ha parlato di “punti deboli” dell’inchiesta: quali sarebbero secondo lei?
“In primo luogo, l’inchiesta si basa su una montagna di intercettazioni di telefonate il cui contenuto va dimostrato. In questi colloqui telefonici Salvatore Buzzi appare come una specie di magalomane, ma al telefono spesso si dicono cose per millanteria e per apparire smargiassi. Ad esempio, la frase di Buzzi “abbiamo tutti al libro paga” deve trovare riscontro. E il mio cliente, con cui avrò approfonditi colloqui nei prossimi giorni, mi ha già anticipato che in molte di quelle frasi c’è tanta “letteratura”. Certo, è probabile che fenomeni di corruzione ci siano stati ma quello che, a mio avviso, è incredibile è che si sia voluto formulare l’ipotesi di reato di associazione a delinquere di stampo mafioso”.
Per quale motivo sarebbe incredibile?
“L’associazione di stampo mafioso sussiste quando viene dimostrata la violenza o quando l’intimidazione viene esercitata con la forza, e quando il vincolo associativo condiziona la pubblica amministrazione, obbligata a dare appalti a soggetti della stessa organizzazione protetti dalla mafia. Queste circostanze, a mio avviso, non vengono dimostrate dalla carte. Secondo quanto possiamo leggere, il Comune di Roma non ha mai ceduto appalti in virtù di questo vincolo, semmai si può riscontrare un fenomeno generalizzato di corruttela. Mi dispiace constatarlo, ma appare chiaro e quasi scontato che per lavorare con la pubblica amministrazione è obbligatorio scendere a compromessi. La frase che scolpisce la realtà e dimostra quello che voglio dire è quella in cui Carminati, dopo la nomina della nuova amministrazione Marino, consiglia a Buzzi di mettersi la minigonna e “andare a battere” perché “bisogna vendersi come le puttane”. Ecco, questa frase dimostra che non c’è volontà di esercitare violenza ma piuttosto di convincere i nuovi interlocutori”.
Che differenza c’è tra Carminati e Buzzi?
“La Procura ha voluto legare le vite di due persone molto diverse, quella di Massimo Carminati con un passato nella criminalità organizzata con quella di Salvatore Buzzi che è un l’imprenditore che lavora con la pubblica amministrazione. Ed ha costruito un parallelismo in virtù del fatto che Carminati è andato a lavorare nella cooperativa di Buzzi formata da ex detenuti. In realtà, non c’è traccia di situazioni in cui Buzzi si sia avvalso dei metodi di violenza, che possono essere tipici della criminalità organizzata, per costringere la pubblica amministrazione ad affidargli appalti”.
