di Patrizio J. Macci
Roberto Pruzzo giocatore di calcio con il numero nove cucito sulla pelle, un attaccante puro. Tre volte capocannoniere nel campionato di Serie A con 106 reti militando nell’A. S. Roma, dove vince uno scudetto nel campionato 1982-1983 e quattro Coppe Italia. Gol che lo hanno eletto maggior realizzatore della squadra per lunghissimo tempo, fino all’arrivo di un “ragazzo” che lo ha superato dedicando tutta la sua vita di calciatore alla stessa squadra, Francesco Totti. Il suo motto in campo: “Vincere uno scudetto a Roma equivale a vincerne dieci con la Juventus”. Il primo giocatore in assoluto a compiere il gesto di togliersi la maglietta in campo per festeggiare un gol nel campionato italiano.
Mentre stanno per scoccare i “sessanta” ha scelto di raccontarsi a Susanna Marcellini nel volume “Bomber – La storia di un numero nove normale o quasi” (Ultra Editore). Soprannominato “Bomber” oppure “Mister Tre miliardi” (per il prezzo del suo cartellino dell’epoca) Pruzzo è una stella di prima grandezza nel firmamento del calcio italiano, un pezzo di storia per i tifosi della compagine romana. La sua carriera si snoda da Genova a Roma, a cavallo tra i primi Anni Settanta e la fine degli Anni Ottanta in un curioso alfa e omega sportivo: il primo e l’ultimo gol della sua carriera calcistica avvengono in un match contro la squadra del cuore, la Roma. È un calcio lontano anni luce da quello di oggi, gli sponsor sulle magliette delle squadre devono ancora arrivare, spesso l’allenatore oppure il presidente accompagnano a casa i giocatori dopo la partita. Gli stranieri presenti nel campionato sono due quando la squadra del “Bomber” vince lo scudetto. Un libro che va ben oltre il testo; sfogliandolo velocemente si tramuta in una lampada di Aladino attraverso le fotografie di Roberto Tedeschi che fulminano il calciatore in formidabili gesti atletici, catturano l’uomo nei momenti di intimità con fogge estetiche che sembrano provenire da un altro mondo eppure sono state realizzate pochi decenni fa. Pruzzo svela la vera storia del Fantasmagorico gol in rovesciata contro la Juventus del 4 dicembre 1983, maturato nientepopodimenoche grazie a una pellicola cinematografica. I compagni di squadra in quel momento si chiamano Bruno Conti, Pietro Verchowod, “Picchio” De Sisti e, sopratutto, Agostino Di Bartolomei. Il Capitano di tutti i tempi che non resisterà allo schianto del ritorno alla vita normale e, forse, alla “finale maledetta con il Liverpool alla quale è dedicato un capitolo. Il racconto dell’amicizia fraterna e del rapporto padre-figlio con il Barone Liedholm, allenatore che impartisce lezioni di teoria calcistica con esempi al limite del paradosso. Uomo che “vede” e tollera perché gli atleti sono innazitutto esseri umani. Così lo racconta durante gli allenamenti il Bomber: “Il mister era il tipico svedese, sempre discreto, all’apparenza freddo. Riusciva a spiegarti concetti complicati con una facilità estrema. Spesso in allenamento ripeteva: “Il pallone non suda”. Era un po’ il suo credo. Un modo per dire che è più importante il possesso palla della velocità. Per lui era fondamentale far correre il pallone con passaggi rapidi e precisi. Ricordo che durante un allenamento cercò un modo per spiegare il concetto a Vierchowod. Lo fece sfidandolo in una gara di corsa. Pietro era il più veloce della squadra, il Barone non avrebbe mai potuto vincere. Noi eravamo tutti incuriositi, anche un po’ divertiti. Ci piazzammo a bordo campo. Il mister e Pietro erano pronti dietro la linea di fondo campo e quando il viceallenatore diede il segnale e Vierchowod scattò, il mister con tutta calma calciò il pallone, che ovviamente superò il difensore. A quel punto, con la sua freddezza nordica, gli disse: “Lo vedi, il pallone corre sempre più dell’uomo.” Non aveva torto. Il Barone preferiva la tecnica e il possesso palla alla velocità. Era un maestro assoluto”.
In fondo al libro, come in ogni vicenda umana, ci sono le malinconie. Il dopo, quando si spengono i riflettori. La saudade di ciò che è stato e una fama che comunque non accenna a scemare, la tristezza di un uomo timido e introverso che sempre più spesso si interroga sul senso della vita.
Un professionista sul campo e fuori ora un uomo contento e realizzato, al quale è stata negata la convocazione per il Mondiale per ben due volte ma della quale – a leggere queste pagine- non ha mai sentito la mancanza.
