di Lucia Stella Ravoni
MALINDI (Kenya) – Spirito di avventura, sete di conoscenza, sfida all’ignoto, ma tra i diversi motivi che possono spingere una persona a lasciare l’Italia può esserci anche la burocrazia. Ci scherza su, ma non tanto in fondo, Ruggero Sciommeri, romano, classe 1968, da una decina di anni con interessi professionali nell’Africa centro-orientale. “In Italia avevo la sindrome delle raccomandate, ogni giorno c’era qualcosa nella cassetta delle lettere che poteva cambiare il corso della giornata e mai in meglio!”.
Battute a parte, il desiderio del nuovo covava in lui. Fu così che nel 2005 Sciommeri ha deciso di lasciare un’avviata commerciale nel settore automobilistico per scendere in Kenya, a Malindi.
“Iniziammo con degli amici un’avventura nel settore alberghiero, recuperando un piccolo resort chiuso da anni. Fu un’esperienza piccola, ma non semplice, che comunque è stata preziosa per capire un po’ l’Africa”.
Stando in Kenya riemerge anche la passione per la natura e così nel 2007 con entusiasmo rileva il Kudu Camp, un piccolo campo tendato mobile nel parco dello Tsavo Est. Ma quelle prime 6 tende per 12 persone gli vanno strette. Intraprendente, con i suoi soci pensano in grande e ottengono una concessione per il nuovo campo Kudu Safari da 18 tende lungo le sponde del Galana River. Da allora decine di migliaia di turisti hanno soggiornano da lui per entrare nei 13mila kmq del parco ad ammirare elefanti, leoni, bufali e gli altri animali della savana.
Ma in Kenya avvia anche l’attività edilizia di BluWatamu e Kobe nella zona di Watamu, lungo le spiagge bianche a Nord di Mombasa e così oggi, tra tutto, si trova ad gestire oltre 150 dipendenti, tra fissi ed a progetto. Irrequieto, nel 2012 inizia dei sopralluoghi anche in Mozambico, ormai pacificato dopo una lunga guerra intestina. In particolare, nella zona Nord del paese acquista un’area di 550 ettari, con lunghi tratti di spiaggia, dove inizia delle costruzioni di diverso tipo a Pemba, tra cui una guest house destinata ai tecnici (anche italiani) di compagnie internazionali che hanno ottenuto la concessione per lo sfruttamento delle risorse del sottosuolo.
Sciommeri, come si vede l’Italia dall’Equatore?
“Un posto vecchio, un luogo immobile, dove lo Stato ha tolto i sogni agli investitori ed ai giovani. La crisi che attanaglia tutto il Vecchio continente non è forse solo economica, ma anche di idee e carattere. Ricevo via email curriculm vitae di ragazzi italiani, anche laureati, disposti a lavorare alla pari pur di lasciare l’Italia. Le sembra giusto?”.
Sembra una battuta, ma se consideriamo che anche i suoi fratelli Riccardo (classe 1967, si occupa dello stoccaggio di merci e commercio di hardware) e Stefano (classe 1971, impegnato nell’agenzia immobiliare di famiglia) lo hanno raggiiunto in Kenya, vuol dire che Sciommeri è davvero convinto di quello che dice: “E’ inutile perdere tempo in Italia, un paese dove sembra che senza l’amicizia giusta non si possa far nulla”.
Andare all’estero è normale, ma tre fratelli insieme in Africa nello stesso posto non è cosa da tutti i giorni. Cosa vi ha spinto?
“In Kenya avviare un’impresa è abbastanza semplice, la tassazione è certa ed equa. Sicuramente è un paese che si sta ancora organizzando, mancano molti servizi al cittadino, ha forti sacche di povertà, ma c’è una grande effervescenza economica e sociale. Certamente sarà uno dei player principali di questo continente”.
Il Kenya è sempre stato una meta turistica e residenziale degli italiani. Vede dei cambiamenti all’orizzone?
“Se prendiamo questa zona è in atto un cambiamento radicale. Malindi sta diventando sempre più residanziale, meno alberghi e più case private, persone che possono trascorrere peeriodi più lunghi godendo di un clima straordinariamente sano e costo-qualità della vita molto conveniente. Watamu è più alberghiera, per il turista da una o due settimane di vacanza”.
Certo gli italiani sembrano ancora i più numerosi per le vie di Malindi, ma si vedono anche altri…
“Vero. A parte gli americani che frequentano il Kenya per i safari e frequentano assai meno le coste, ora è facile vedere indiani, cinesi e gente dell’Est Europa. E poi i kenyoti stessi, la nuova borghesia benestante di un Paese che cresce in benessere e quindi vengono a trascorrerere le vacanze dove una volta c’erano solo bianchi. Occorre guardare con rispetto questi nuovi soggetti, essere pronti ad offrir loro il meglio”.
Molti italiani che vengono a trascorrere delle (anche brevi) vacanze spesso ritornano con l’idea che si potrebbe migrare qui con facilità. Che ne pensa?
“E’ l’errore dell’ingenuo. Mai mixare il sogno della vacanza con quello degli affari. Il business è cone la savana, sembra quieta e megnifica, ma dietro ogni cespuglio può celarsi il pericolo. Gli italiani debbono ricordare che qui ci sono delle regole, delle leggi che vanno rispettate, non si può venire esporrtando il modello del “tanto se po’ fa’”. Non è così”.
Sciommeri lei ha un figlio di 3 anni qui e una bambina di 9 in Italia. Come vede il loro futuro?
“I kenyoti sono gente aperta per vocazione e mio lo è pder metà. Lo vedo normalmente aperto al nuovo, nel suo DNA c’è la scontata convivenza tra cattolici, inglesi mussulmani, italiani, indiani ed ora cinesi. Frequenterà le scuole a Nairobi o la Light Academy di Mombasa o forse a Dubai. Mia figlia italiana,invece, godrà di un’istruzione scolastica migliore, ma la scuola italiani non prepara i ragazzi a diventare cittadini del mondo”.
Inoltre, qui convivono diverse etnie dello stesso paese, assai diverse tra loro… Le tribù italiane sono peggiori. Per un ragazzo di Roma, per esempio, un conto è essere dei Parioli, un altro essere di perifieria, sono mondi che non si incontreranno mai e se succede non penso che trovino facilmente un punto di contatto”.
