di Lucia Stella Ravoni
MALINDI – Quando a metà degli anni Sessanta l’Italia era in pieno boom economico e tutto sembrava possibile, c’erano comunque giovani che guardavano al mondo come a un frutto da poter cogliere. Uno di questi fu Elio Altomare, nato a Taranto nel 1932 da una famiglia di ferrovieri: nel 1966 colse infatti l’occasione che mutò tutto il corso della sua vita, portandolo dalla Puglia agli USA e poi fin nell’Africa dell’Est.
Dopo la Scuola Industriale a Bari, nel 1952 Altomare entra nell’Aeronautica Militare, allievo motorista a Caserta: “Facevo parte del IV° Corso del dopoguerra. Ci esercitavamo all’aeroporto di Capodichino di Napoli su degli aerei Savoia Marchetti, un bimotore reso famoso anche perché dal suo motorino d’avviamento fu realizzato il propulsore della Vespa”. Di lì, viene trasferito a Ghedi, vicino Brescia, per un training nella base americana dell’Air Force USA. Poi rientra in Puglia, a Foggia, alla Scuola di Volo dell’AM per lavorare sui velivoli Vampires T33.
Passano gli anni e ormai i tempi sono maturi per una decisione importante: nel 1955, spinto dalla sua passione, Altomare decide di firmare per restare nell’AM. “Pensavo che avrei lavorato in Italia, poi un giorno fui chiamato a Roma perchè il Comando Generale decise di distaccarmi negli USA: prima in una base del Texas, poi in Alabama dove completai il mio corso di studi e preparazione”. Al suo rientro in Italia Altomare riprende in pieno la sua vita e nel 1961, quando è nel 111° Gruppo della 36° Aereobriga di Gioia del Colle, sposa Carla, la donna che ancora oggi è al suo fianco.
“Ma la vita, già piena di esperienze, riservava per me la sorpresa più grande. Nel 1966 fui chiamato a Roma al Centro di Ricerca Aereospaziale, dove in base al mio know-how, mi proposero il trasferimento in Kenya come equipaggio per allestire le basi di lancio del Progetto San Marco a Ngomeni, sulla costa tra Mombasa e Lamu. Allora l’Italia era nazione all’avanguardia nel settore”. Facile capire il primo sgomento, ma con Carla al suo fianco questo giovane uomo dagli occhi azzurri e un carattere vulcanico decide: “La proposta era entusiasmente. Decidemmo con mia moglie che sarei andato in avanscoperta, poi avremmo deciso se lei mi avrebbe raggiunto o io rientrato in Italia”.
Ricorda Altomare: “I primi 3 anni furono di grande lavoro con un team straordinario. Volevamo primeggiare per noi stessi, ma soprattutto per l’Italia. Nel gruppo del professor Luigi Broglio partecipai all’allestimento della base San Marco tuttora aperta e delle 2 piattaforme di lancio che furono rimorchiate da La Spezia e da Taranto fino al porto di Mombasa; poi ancora fino a Ngomeni nell’allora Formosa Bay. Effettuammo da lì una decina di lanci, fino all’ultimo che ho seguito alla fine degli Ottanta”.
Fu così che nel 1969 decidono che Carla si ricongiugesse con lui in Kenya: “Fu un inizio terribile per una ragazza di Foggia catapultata nell’Africa nera. Nella nostra prima piccola casa di Malindi lei restava sola la maggior parte del tempo, poiché io ero molto impegnato alla base. Carla ovviamente non parlava ancora swhaili, ma nemmeno l’inglese. Quasi da sola doveva prendere confidenza con un territorio nuovo: dalle usanze al cibo, dagli animali al clima”. Ma quel paese che all’inizio sembrava respingerla disarmandola, la salvò: “Soffrivo da anni di fastidiose febbri –ricorda Carla stessa- ma in Italia non ne avevamo mai scoperto i motivi. Ad un tratto stetti malissimo, così mi ricoverarono in un ospedale inglese di Mombasa dove mi venne asportata una parte di rene. Mi salvarono la vita e non ne ho più sofferto. Devo la vita al Kenya”.
Con Carla che prende sempre più confidenza con l’ambiente africano, Altomare si rinfranca e prolunga il suo incarico alla base di lancio. “A quei tempi la colonia più numerosa era inglese, non solo white african man, ma provenienti anche dall’India. Ricordo che con noi furono gentilissimi. Anche per questo, a poco a poco, Carla prese sempre più coraggio, fino ad assecondare convinta il protrarsi del mio incarico in Africa”.
Ricorda Carla: “All’inizio le case non avevano i soffitti, c’erano solo le pareti sotto il grande tetto di makuti fatto di foglie di palma intrecciate su un telaio di tronchi di casuarina, con enormi zanzariere. C’era una genetta, un gattone selvatico leopardato, che spesso saliva nel nostro tetto e quando aprivo il frigorifero si avvicinava…non era strano, tutti avevano animali selvatici che giravano intorno alle case e nei giardini, più o meno pericolosi. Anni fa sono stata anche morsa da uno spitting cobra, ma siamo in Africa d’altronde…” conclude con il suo sorriso aperto e franco.
Altomare, intanto, prosegue la sua missione scientifica alla base, fino alla pensione che arriva nel 1988. Nel frattempo, il Kenya si trasforma. Ormai dal 1963 è una nazione con proprie istituzioni ed apre a nuovi commerci e traffici: “Il turismo, per esempio, all’inizio era quasi solo americano e nordeuropeo, dedito alla caccia grossa ancora permessa. Poi, negli anni Settanta arrivarono gli italiani, dapprina anche loro per la caccia, poi per residenza. Comprarono dagli inglesi le prime case, in seguito aprirono degli alberghi, sorsero i cantieri e così prese il via la fama di Malindi. In effetti, un posto bellissimo”.
Altomare rammenta l’evoluzione del Kenya, ora in piena esplosione economica, come uno dei paesi emergenti più vivaci: “Noi ci siamo sempre trovati bene qui, siamo stati rispettati, come noi abbiamo rispettato tutti. Il Kenya è un paese libero, dove convivono diverse regioni ed etinei. L’abbiano visto crescere mano a mano e sentiamo di aver dato il nostro contributo”.
Oggi Altomare è preso in molte attività e il suo carattere positivamente esplosivo lo porta con Carla ad essere un punto di riferimento della vita della folta comunità italiana che risiede in Kenya: “Il mio Paese è l’Italia, ma la mia casa è Malindi. Vorrei rientrare, ma mia moglie è scettica e forse ha ragione: dopo oltre 40 anni forse l’Africa è la nostra terra. Tuttavia, quando vedo una bandiera tricolore sventolare confesso di commuovermi. Ogni anno devo quindi tornare nel nostro Paese perchè sento le radici chiamarmi e l’orgoglio di essere italiano. Purtroppo, però, al telegiornale ascolto di un paese pieno di problemi, di corruzione, di malaffare e questo mi fa male. Credetemi, forse fa più male a noi che stiamo lontani che a voi che vivete in Italia”.

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LA STORIA. Chi è Elio Altomare, l’italiano che insieme all’equipe del professor Broglio, allestì la piattaforma di lancio italiana a Malindi. Ora in pensione, guarda all’Italia con tristezza. Il racconto della moglie Carla: “All’inizio le case no avevano i soffitti, c’erano solo le pareti sotto il grande tetto di makuti… C’era un gattone selvatico leopardato, che spesso saliva nel nostro tetto e quando aprivo il frigorifero si avvicinava…”

