In occasione dell’8 marzo Affaritaliani.it è entrato nel cuore dell’istituzione che fino al 2000 era in assoluto la più maschile: le Forze armate, e che oggi non solo ha integrato le donne, ma si adegua alla risoluzione ONU 1325 ‘Donne, Pace e sicurezza’, creando la figura dei “Gender Advisor” che spieghino e sollevino le questioni di parità nelle missioni internazionali. L”intervista che segue è stata realizzata alla coppia di ufficiali che si occupa di “prospettiva di genere” per la Difesa.
di Emma Evangelista
Parla il colonnello Luigi Viel, a capo dell’Ufficio Reclutamento, Stato e Avanzamento del primo Reparto Personale dello Stato Maggiore della Difesa, che presenta Rosa Vinciguerra, e Nicola Serio, i due ufficiali che si occupano di creare e sostenere la rete di interessi e contatti per conto della Difesa nello sviluppo di questa progettualità che orami è alla seconda versione del piano di azione nazionale sulle prospettive di genere.
“Le donne nelle Forze armate sono ormai una risorsa indispensabile e completano le nostre attività rendendole al massimo dell’efficienza, per questo parliamo di differenze di genere, di ruoli sociali e di responsabilità come capacità di affrontare ogni situazione da un duplice punto di vista. Sicuramente l’innovazione e l’inserimento della componente femminile hanno contribuito ad allargare il nostro orizzonte. Oggi siamo in grado di fare concorrenza alla Svezia, la prima nazione Nato che può certificare i Gender Advisor, perché in pochi anni abbiamo sviluppato le competenze necessarie per formare dei professionisti di alto profilo ed entro il semestre partirà il nostro corso. Siamo italiani e non potevamo non pensare di creare una nostra figura di gender Advisor. L’Italia, Paese dei mille campanili, ha bisogno di militari che sappiano affrontare la quotidianità delle operazioni sul territorio con una visuale allargata”.
Nel 2000 le donne hanno avuto accesso alle carriere militari, e nacque il Comitato consultivo sull’inserimento all’interno dei ruoli delle Forze armate, esaurito il suo compito questo organismo è finito sotto la scure della spending review. Ma il percorso suggerito dall’ONU e recepito dall’Italia non si poteva bloccare quindi la naturale trasformazione della commissione ha dato vita ad un organismo, il Consiglio interforze sulla prospettiva di genere, a costo zero per le casse della difesa, che si occupa di fornire consulenza al Capo di Stato Maggiore della Difesa e di gestire l’informazione e la formazione del personale nel rispetto delle peculiarità di genere. A che punto siamo?
“Il nostro Paese – spiega il capitano Rosa Vinciguerra, sociologa e colonna portante del team – è all’avanguardia rispetto a molte nazioni europee perché non solo ha recepito immediatamente la direttiva ONU, ma ha addirittura creato una ‘via italiana’. Però per capire davvero quale è il nostro obiettivo bisogna sfatare due stereotipi: primo non si parla e non si tratta solo di cose di donne! Secondo non sono solo donne a parlarne ma anche gli uomini che frequentano e tengono i corsi. Per quanto riguarda l’atto pratico molta importanza, ad esempio, è riservata all’analisi e all’uso del linguaggio nella parità fra sessi, così come norme e consuetudini nei rapporti interpersonali sono stati codificati e bollati come inopportuni. Vietate le espressioni sessiste o quelle che potrebbero scadere nel paradosso e nel ridicolo. Un esempio per tutti i gradi non vengono declinati al femminile perché in alcuni casi avrebbero potuto suscitare maliziosi sorrisi e altrettanta ambiguità: il maggiore, il tenente, il capitano, l’ammiraglio, il generale e soprattutto il colonnello, restano tali per uomini e donne. Perché? In fanteria, la colonnella era il drappo personale che seguiva pedissequamente il comandante del reggimento…una definizione piuttosto ambigua e il termine al femminile, così come l’eventuale generalessa, evocano una serie di b-movie all’italiana degli anni ’70, cari a Quentin Tarantino, con battutacce, sì, da caserma ma sicuramente politically uncorrect”.
Ma chi trova più difficoltà nell’adeguarsi alla prospettiva di genere e a comprendere un’integrazione dei due sessi così completa all’interno di un’Istituzione secolarmente chiusa e di dominio maschile?
“Sicuramente- spiega il colonnello Serio – per coloro che si sono arruolati dopo il 2000 le donne non sono una eccezione, fanno parte a pieno titolo degli arruolamenti e sono percepite dai commilitoni come normalità. Per gli ‘anziani’ invece ancora c’è un distacco più ideologico che reale, comunque c’è il rispetto del lavoro che svolgono e della persona. Un esempio pratico utilizzato sia per favorire l’integrazione che per sostenere la prospettiva di genere è stato sul territorio nazionale l’impiego di pattuglie miste nella maggiorparte dei casi. Dove si può si mandano sempre un uomo e una donna, perché tendenzialmente anche la popolazione in casi di difficoltà tende ad essere rassicurata da questo”.
Parità in tutto? anche nelle battute da caserma?
“Sicuramente – risponde pronta Vinciguerra – abbiamo notato che da parte degli uomini il linguaggio ‘da caserma’ si modifica e si tempera in presenza di una donna, contrariamente, a volte, sono le donne più libere nel linguaggio, ma questo, e lo dico da sociologa, è un fenomeno tipico del terzo millennio che vede una deriva dei costumi eccessiva, non c’entra niente il sessismo o il machismo. Personalmente ho notato che da qualche anno sono spariti dalle pareti degli uffici anche i calendari ‘artistici’, quelli con le donnine procaci che fanno capolino dalle pagine di ogni mese, una forma di rispetto anche questa”.
In una prospettiva più ampia e esterofila (nel caso degli Usa il 2010 ha sdoganato il don’t ask, don’t tell, con l’arruolamento di gay dichiarati) nella definizione di genere si comprende spesso anche l’orientamento sessuale, come affrontate la questione?
“Innanzitutto – dice il colonnello Viel – vorrei precisare che durante le visite di arruolamento non vengono rivolte domande sulle inclinazioni sessuali che afferiscono a una sfera squisitamente personale, questo nel rispetto delle libertà personali. L’idoneità al servizio militare, semmai, dipende dall’equilibrio psico-fisico-emotivo dell’individuo e dalla eventuale capacità di azione che viene richiesta anche per utilizzare le armi. Uomo o donna è arruolato chi risulta in grado di servire la Patria in modo capace, chi non ha disturbi della personalità che possano creare problemi di natura sanitaria, a prescindere dal sesso e dalle inclinazioni, altrimenti che senso avrebbe parlare di pari opportunità!”
Ma il caso Parolisi come ha inciso sul vostro lavoro? Avete fatto sopralluoghi ad Ascoli?
“Purtroppo – aggiunge Rosa – mi sono sentita offesa come donna e come militare dai comportamenti che sono emersi in un posto che per l’Italia era il simbolo della efficienza e dell’integrazione di genere. La caserma di Ascoli è stata la prima ad essere destinata all’addestramento delle militari prima in via esclusiva e poi in modo integrato. Da lì sono state formate fior fiori di ufficiali, pensi solo che la guardia d’onore al Quirinale per l’8 marzo era il vanto della caserma di Ancona. Oggi la vicenda di un uomo e di alcune donne che indossavano la divisa ha buttato discredito su tredici anni di lavoro ed emancipazione. Con la commissione interministeriale abbiamo visitato la caserma e parlato con il comandante che ha ricevuto encomi e sostegno trasversale da chi è passato in quei luoghi. Non si può sicuramente svendere la tradizione e la professionalità di un esercito per il comportamento di un singolo, uomo o donna che sia”.
